Un’artista del digiuno. Quattro storie

Un’artista del digiuno. Quattro storie

Un’artista del digiuno. Quattro storie di Franz Kafka

Proporre un’analisi, seppur breve, di un libro di Kafka è sempre opera complicata data la notevole capacità introspettiva dell’autore e la sua tecnica narrativa. Infatti, spesso utilizza una vicenda per dire altro, un altro difficile da decifrare e da comprendere.

Un’artista del digiuno e anoressia

Questo libro può essere interpretato come un testo sul fenomeno dell’arte di dedicarsi all’arte (Ermanno Cavazzoni, 2009) portata al suo estremo. Un’arte che, da un punto di vista psicologico, potrebbe essere ricondotta a quella messa in scena da una persona anoressica. Nelle storie degli artisti narrati dall’autore ritroviamo infatti diverse caratteristiche del modus vivendi degli individui con anoressia.

Esistenza centrata su di sè

Un’esistenza totalmente centrata su di sé, o meglio sul proprio corpo, che si declina in un’arte che mira alla ricerca della perfezione (l’estremo) che, dati i limiti dell’essere umano, non può mai essere raggiunta e che diventa un’autorità che annulla la libertà e la personalità.

“…aveva organizzato la propria vita, all’inizio solo per la ricerca di perfezione, in seguito anche per un’abitudine tirannica…”

Una pratica che limita le relazioni con gli altri e crea una condizione che il soggetto potrebbe mantenere indisturbato se non fosse per il suo essere-nel-mondo e con-l’altro.

Tale pratica assume tutti i connotati di una tendenza ossesivo-compulsiva

“…o accentuano o insistono molto più del normale su una certa specializzata condotta o predilezione.”

a cui non ci si può sottrarre nonostante la sofferenza che provoca, perché non la si sceglie ma in cui ci si ri-trova, un’attitudine a cui non si riesce a resistere: un esercizio che diviene totalizzante per l’esistenza dell’individuo e non lascia via di fuga.

Forza di volontà di un’artista del digiuno

In questo caso la forza di volontà, molto cara alle persone con anoressia, non sembra essere una caratteristica interiore, un tratto di personalità positivo ma un sintomo di chiusura, in quanto nulla di quello che vi è nel mondo alimenta il desiderio, attrae l’individuo.

In questo modo di essere, in cui il “dover essere” prende il posto del desiderio, non vi sono alternative o altre possibilità a ciò che diventa ineluttabilmente il proprio destino. L’individuo è così costretto a una condizione che non potrebbe essere altrimenti, in cui vi è un unico modo per realizzare il proprio obiettivo: la vita diventa il progetto e viceversa, annullando ogni altra possibilità di esistenza. In questo scenario l’unica alternativa possibile è la morte, scomparire, annullarsi. Una condizione che le persone anoressiche conoscono molto bene.

Come un clown

Come un clown

Come un clown di Simona Giordano

Come un clown è la narrazione di una parte di vita, caratterizzata dalla malattia (l’anoressia) dell’autrice. Amori, amicizia, famiglia, progetti vengono narrati attraverso le ricette e i sapori che l’hanno accompagnata nella sua lotta contro il disturbo alimentare. Il cibo con i suoi infinti sapori, come infinite sono le sfaccettature della vita, da nemico giurato diventa una medicina, parte della cura.

Sarà il primo rapporto intimo, non voluto, vissuto come un abuso, l’evento che altererà il senso di stabilità personale e farà emergere il malessere fino ad allora sopito. Ne risulterà una frattura identitaria che caratterizzerà il successivo evolversi dell’esistenza della protagonista.

Un testo particolarmente interessante perché mette in risalto i modi di emozionarsi, di essere e alcune tematiche peculiari dell’anoressia.

Come un clown e le tematiche peculiari dell’anoressia

Il perfezionismo

“durante tutti questi anni mi sono detta che la ricerca della perfezione è quanto di più stupido e dannoso possa esistere, una lotta contro i mulini a vento.”

La forza di volontà

 “ho una volontà ferma, ferrea, a tal punto che a volte credo sia l’unico supporto al quale affido la mia vita.”

L’insicurezza e il controllo

 “e c’è una sensazione che non mi abbandona mai, quella dell’insicurezza… da qui è partita la mia necessità di creare un “mondo alternativo”, basato sul controllo. Un controllo fittizio, basato sulla ricerca di quei “confini” attraverso i rituali, il cibo, la durezza e la linearità delle ossa.

“certo, il cammino che sto percorrendo è estremamente difficile, è come una sfida con sé stessi fra la voglia di guarire, di essere presenti nel mondo, e il disperato bisogno di non perdere il controllo, di non lasciarsi andare, il terrore di andare incontro a qualcosa di non gestibile. È la lotta più difficile, quella fra l’estrema razionalità e l’emotività pura.”

Il giudizio

“è il sapore del giudizio degli altri, il sapore amaro del loro sguardo addosso (in riferimento al sapore del cioccolato fondente).”

Il rapporto con il mondo

“Si fa di tutto pur di non abbandonarle (le abitudini anoressiche) ed entrare nel mondo, pur di continuare ad attraversarlo senza esserne toccati, a scivolarvi dentro come ombre silenziose e invisibili…”

Il rapporto con gli altri che crea un senso di confusione e invasività nell’eccessiva vicinanza e il vuoto nella distanza

“Oggi so che ti ho amato profondamente. Che sei stato e sarai il più grande amore della mia vita che io, cieca, non ho voluto vedere. Perché sapevo che con te il mio maledetto rifugio non sarebbe più stato al sicuro.”

Ma che è anche ciò che permette di riconoscersi e mantenere la propria stabilità personale

“Mi sono come scollata da me stessa, dalla me a cui ero stata a lungo abituata e mi sono detta che se quest’uomo, quest’uomo adulto, maturo, mi vede così, mi vede “diavola”, probabilmente ha saputo vedere una parte di me che forse neanche io conoscevo.”

Simona-Giordano-come-un-clown

Come un clown: la cura è fuori di noi

Il malessere di Simona emerge in seguito ad un evento esistenziale che la destabilizza mettendo a nudo una sua fragilità. Spesso ci sentiamo dire che il problema della nostra sofferenza siamo noi, è dentro di noi, e che è lavorando su noi stessi che possiamo risolvere le nostre difficoltà. In questo testo l’autrice però ci offre un altro punto di vista, ossia, che la cura sia fuori di noi, nel mondo:

“Ho sentito spesso dire che questa fragilità è la “fame d’amore”, inespressa. Giusto ho sbagliato che sia, quello che ho imparato sulla mia pelle è che la vita cura la vita stessa.”

 

Non superare le dosi consigliate

Non superare le dosi consigliate

“Siete mai stati così grassi da non riuscire a infilarvi le scarpe? Da non trovare scarpe che non vi stiano, né reggiseni, né calze, né mutande? Così grassi da non potervi più infilare dei calzini o tagliarvi le unghie, o stare alla scrivania, perché la pancia crea un ingombro insormontabile? Così grassi da non potervi lavare, o grattare la schiena, da non riuscire ad asciugarvi dopo aver defecato, se non con grandi contorsioni? Così grassi che la carta vi resta tra le chiappe? Così grassa che il ciclo ti dura nove giorni, che hai paura che le sedie non ti reggano, e di sfondare il divano? Così grassa che temi di rompere il sedile del wc – se ci arrivi al wc, perché io per esempio, quando lo stendibiancheria è aperto, devo mettermi di traverso per passare – e che ansimi al solo piegarti per raccogliere qualcosa, e mentre la raccogli i pantaloni ti si strappano, e allora spesso non la raccogli proprio? Così grassa che l’unica posizione comoda è sdraiata? Io sì. Quando sei anoressica ti pesano girata di spalle, per non farti vedere la bilancia, ti fanno andare in bagno con la porta aperta così da controllarti, in caso volessi vomitare. Quando sei obesa smetti di fare la doccia perché non vuoi vederti nuda, esci di casa senza mutande e reggiseno pensando che non se ne accorgerà nessuno. E speri che piova, così da usare l’ombrello per nasconderti.”

Pagina 174. Fino a qui l’autrice ci regala solamente qualche spezzone di cosa vuol dire vivere un’esistenza a cui si è aggiunto un disturbo dell’alimentazione. Infatti, la prima parte della narrazione della sua storia verte quasi ed esclusivamente sul rapporto coi genitori. Da questo punto della narrazione emerge maggiormente la fenomenologia del vissuto e cosa significhi vivere con un corpo obeso e con un disturbo del comportamento alimentare.

Questo libro risulta essere un’altra interessante testimonianza dei modi di emozionarsi e di essere, soprattutto con gli altri, di una personalità che tende ai disturbi del comportamento alimentare. Di come il rapporto con l’altro determini chi siamo, il bisogno di riconoscimento che ne deriva e di come questo ci determini, il senso di colpa, la vergogna, il disgusto, il perfezionismo, la paura di fallire, le menzogne e la dipendenza (in questo caso dal Dulcolax). 

Cosa significa essere affamati?

“La sensazione dello stomaco vuoto è troppo addictive, mi fa star bene, mi fa sentire sicura.”

Se ti va racconta anche tu la tua esperienza o lascia un commento, sarà di certo molto utile a chi lo leggerà.

di Costanza Rizzacasa D’Orsogna

Inferno Terrestre

Inferno Terrestre

Inferno terrestre La consapevolezza che mi ha dato il mio disturbo alimentare

di Esraa Abdel H. F.

“La malattia è la battaglia, ma forse la vera e propria guerra è la guarigione… e io non mi sento pronta a scendere in campo, ho paura.

Perché la mia mente è metà mia e metà dell’anoressia e

si sa “la mente, mente, la verità è dentro i nostri corpi” e

il mio corpo…

Urla pietà.

Quella che l’autrice ci racconta è la testimonianza di un’esistenza, la sua, accompagnata dall’Anoressia. La sua sofferenza inizia molto presto, infatti, Esraa si ammala già all’età di 9 anni. Seppur molto giovane, attualmente ha solamente 21 anni, ha già vissuto metà della sua vita in trincea in una battaglia che non l’ha ancora vista vincitrice.

Il libro è suddiviso in tre parti che ripercorrono l’infanzia, la pubertà e l’attuale fase della vita dell’autrice che lei definisce “La mia rinascita mentale” che si sviluppano attorno alle vicissitudini relazionali (familiari, amicali, affettive), il rapporto con il proprio corpo, l’abuso di alcol e delle sostanze stupefacenti, l’abbandono della scuola, passando per il tentato suicidio fino ad  arrivare alle proprie passioni: la scrittura e l’arte.

Il rapporto con l’Altro, peculiare nelle persone con Anoressia, è caratterizzato da con-fusione quando questo è troppo vicino e dal sentimento di vuoto quando invece è troppo distante: un rapporto alimentato dal desiderio, insieme, di vicinanza e di distacco. Per lei l’esperienza acquista significato alla luce del senso che l’Altro le dà: 

“… papà stava diventando sempre più severo con me. Io stavo iniziando a diventarlo con me stessa.”

Sentimenti di tristezza e insicurezza che la portano a mettere in atto comportamenti manipolatori e menzogneri, le diete, l’eccessiva attività fisica, il vomito autoindotto e l’uso di lassativi al fine di trovare un po’ di stabilità personale.

Il rapporto con il proprio corpo che diventa l’oggetto con cui relazionarsi e che le permetterebbe di tenere la sua vita sotto controllo, passando così dal ruolo di controllata a quello di controllante: 

“… il mio peso era l’unica cosa che riuscivo a tenere sotto controllo nella mia vita.”

“Sono un corpo senza anima. Sono una palla di carne che cammina. Cazzo di corpo senza anima. Schifoso lurido corpo.”

Quello di Esra, come per tutti noi, è un viaggio, molto probabilmente senza fine, verso la ricerca della risposta che tanto bramiamo: Chi siamo?

Volevo essere una farfalla

Volevo essere una farfalla

Di Michela Marzano

“L’anoressia non è come un raffreddore. Non passa così, da sola. Ma non è nemmeno una battaglia che si vince. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. Io non sono morta. Oggi ho quarant’anni e tutto va bene. Perché sto bene. Cioè… sto male, ma male come chiunque altro. ed è anche attraverso la mia anoressia che ho imparato a vivere. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente.”

Volevo essere una farfalla è un racconto autobiografico. L’autrice, professore ordinario di Filosofia Morale e Politica all’’Università di Parigi, racconta la propria storia caratterizzata dalla “battaglia” con l’anoressia. Narra del cammino intrapreso attraverso la sofferenza, intima ed individuale, da cui non si guarisce: un percorso di assunzione di responsabilità e comprensione che la porterà ad accettarla e farsene carico. 

La farfalla come metafora della leggerezza in contrapposizione ad un’esistenza e a un rapporto con il padre che opprimono e “appesantiscono”.

L’anoressia è solo il sintomo che origina da un malessere più profondo che scaturisce dall’esistenza e dai modi di essere-nel-mondo dell’autrice che ruotano attorno ai temi dell’ “essere e il dovere essere” perfetta, della costante ricerca della perfezione, la paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, il controllo e il rapporto con il proprio corpo.

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