“Siete mai stati così grassi da non riuscire a infilarvi le scarpe? Da non trovare scarpe che non vi stiano, né reggiseni, né calze, né mutande? Così grassi da non potervi più infilare dei calzini o tagliarvi le unghie, o stare alla scrivania, perché la pancia crea un ingombro insormontabile? Così grassi da non potervi lavare, o grattare la schiena, da non riuscire ad asciugarvi dopo aver defecato, se non con grandi contorsioni? Così grassi che la carta vi resta tra le chiappe? Così grassa che il ciclo ti dura nove giorni, che hai paura che le sedie non ti reggano, e di sfondare il divano? Così grassa che temi di rompere il sedile del wc – se ci arrivi al wc, perché io per esempio, quando lo stendibiancheria è aperto, devo mettermi di traverso per passare – e che ansimi al solo piegarti per raccogliere qualcosa, e mentre la raccogli i pantaloni ti si strappano, e allora spesso non la raccogli proprio? Così grassa che l’unica posizione comoda è sdraiata? Io sì. Quando sei anoressica ti pesano girata di spalle, per non farti vedere la bilancia, ti fanno andare in bagno con la porta aperta così da controllarti, in caso volessi vomitare. Quando sei obesa smetti di fare la doccia perché non vuoi vederti nuda, esci di casa senza mutande e reggiseno pensando che non se ne accorgerà nessuno. E speri che piova, così da usare l’ombrello per nasconderti.”

Pagina 174. Fino a qui l’autrice ci regala solamente qualche spezzone di cosa vuol dire vivere un’esistenza a cui si è aggiunto un disturbo dell’alimentazione. Infatti, la prima parte della narrazione della sua storia verte quasi ed esclusivamente sul rapporto coi genitori. Da questo punto della narrazione emerge maggiormente la fenomenologia del vissuto e cosa significhi vivere con un corpo obeso e con un disturbo del comportamento alimentare.

Questo libro risulta essere un’altra interessante testimonianza dei modi di emozionarsi e di essere, soprattutto con gli altri, di una personalità che tende ai disturbi del comportamento alimentare. Di come il rapporto con l’altro determini chi siamo, il bisogno di riconoscimento che ne deriva e di come questo ci determini, il senso di colpa, la vergogna, il disgusto, il perfezionismo, la paura di fallire, le menzogne e la dipendenza (in questo caso dal Dulcolax). 

Cosa significa essere affamati?

“La sensazione dello stomaco vuoto è troppo addictive, mi fa star bene, mi fa sentire sicura.”

Se ti va racconta anche tu la tua esperienza o lascia un commento, sarà di certo molto utile a chi lo leggerà.

di Costanza Rizzacasa D’Orsogna

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