Obesità: quali ostacoli nella gestione della cura

Obesità: quali ostacoli nella gestione della cura

L’obesità si configura come una malattia cronica, complessa e multifattoriale, influenzata da fattori genetici, fisiologici, ambientali e psicologici ed è associata a numerose e gravi conseguenze per la salute (diabete di tipo 2, ipertensione arteriosa, dislipidemia, cardiopatia ischemica, tumori specie dell’apparato gastroenterico, sindrome delle apnee notturne, osteoartrite, ecc.) che richiede una gestione complessa e a lungo termine (Novo Nordisk). 

Di recente è stato condotto uno studio a livello internazionale, l’Action Io (Awareness, Care and Treatment In Obesity Management – an International Observation, promosso da Novo Nordisk), con l’obiettivo di studiare gli ostacoli nella gestione dell’obesità: sono stati coinvolti oltre 14500 persone con obesità e quasi 2800 operatori sanitari provenienti da 11 paesi. Nello specifico, il focus è stato posto sull’identificazione delle percezioni, delle attitudini, dei comportamenti e degli ostacoli che le persone e le figure professionali coinvolte incontrano nella cura dell’obesità. 

1. I risultati

L’analisi dei dati ricavati dall’Action Io ha evidenziato importanti differenze di genere rispetto al modo e alle motivazioni con cui vengono affrontati peso e gestione dell’obesità. 

In particolare, gli uomini hanno maggiori probabilità di segnalare complicanze cardio-metaboliche, mentre le donne hanno il doppio delle probabilità di segnalare ansia o depressione. Le donne sono più propense a fare diversi tentativi per perdere peso e a sottoporsi al trattamento farmacologico o a quello chirurgico, anche se il 75% riacquista peso dopo 6 mesi, rispetto ad oltre la metà degli uomini (https://www.novonordisk.it/content/dam/Italy/AFFILIATE/www-novonordisk-it/Home/About%20Novo%20Nordisk/Documents/ECO%20ICO%20Action%20IO.pdf). 

Un altro fattore importante nel decorso della malattia è l’età d’esordio: se avviene prima dei 20 anni è associata a maggiore gravità e rassegnazione. Le persone con obesità a esordio precoce hanno riferito di non sentirsi in grado di superare i problemi di peso e che quest’ultimo controlla la loro vita.  

Difficilmente le persone con obesità chiedono aiuto ai professionisti (prima tentano svariate volte con il “fai da te”), da una parte, sottovalutano la gravità della malattia e il loro peso, dall’altra, sono gli stessi medici a sottostimarla o a ritenere che questi individui siano poco motivati a dimagrire: un primo passo, richiesto dai soggetti stessi, potrebbe essere proprio quello, da parte del medico, di iniziare a parlare con loro dell’argomento obesità e delle implicazioni ad essa collegate.

In conclusione, data la complessità di questa malattia e le differenze individuali risulta fondamentale adattare i trattamenti ai bisogni e ai comportamenti soggettivi per una migliore cura della malattia attraverso un lavoro d’equipe multidisciplinare, la differenziazione delle professionalità, l’individualità degli interventi e, soprattutto, la prevenzione.

Se vuoi ricevere maggiori informazioni o pensi di avere bisogno di aiuto rispetto a questo argomento contattami a info@psicologovigevano.com o chiamami al 3926778413

Obesità e sessualità

Obesità e sessualità

In un mio precedente articolo ho brevemente trattato il rapporto che le persone affette da un Disturbo del Comportamento Alimentare (Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa) intrattengono con la sessualità. Ho deciso di trattare a parte quello tra obesità e sessualità in quanto credo meriti uno spazio tutto suo.

I diversi manuali diagnostici non considerano l’obesità un disturbo, ma spesso è in comorbidità con una o più psicopatologie, come ad esempio depressione o Binge Eating Disorder (Disturbo da Alimentazione Incontrollata) che possono esserne causa o conseguenza (la relazione non è ancora chiara).

Le motivazioni che causano l’obesità, soprattutto quella grave, possono essere diverse creando una condizione esistenziale che porta con sé un grande carico di sofferenza, problematiche e significative menomazioni inerenti la qualità della vita: quest’ultimo aspetto riguarda anche la sessualità.

Sono diversi gli studi che si sono occupati di analizzare il rapporto tra obesità, vita sessuale e affettività: l’eccessiva adiposità e/o le diverse comorbidità correlate ad essa sembrano avere un impatto negativo compromettendo la funzione e la qualità della vita sessuale. 

Sono diverse le aree colpite e diversi gli impedimenti che non permettono all’individuo di vivere con soddisfazione la propria vita sessuale. Infatti, diverse ricerche hanno ormai constatato come l’obesità sia correlata a diverse disfunzioni sessuali quali la disfunzione erettile (con un’incidenza maggiore rispetto ai normopeso), il calo del desiderio, la riduzione o mancanza di attività sessuale e di conseguenza l’insoddisfazione per la propria vita sessuale. Spesso queste persone presentano sintomi depressivi e utilizzano psicofarmaci che sono associati a una minor frequenza dell’attività sessuale in quanto causano una riduzione del desiderio (i soggetti parlano di mancanza d’interesse) e limitazioni psicofisiche (stanchezza, difficoltà a eccitarsi e a raggiungere l’orgasmo) che possono rendere l’attività sessuale spiacevole, difficile, dolorosa o addirittura impossibile.

A questo va aggiunto che, tendenzialmente, sono presenti un’importante insoddisfazione per l’immagine corporea e l’incontinenza urinaria che riducono la messa in opera di comportamenti sessuali. L’eccesso di peso corporeo ha effetti negativi anche su una serie di ormoni che favoriscono il comportamento sessuale e contribuiscono al potenziale riproduttivo: la carenza di androgeni può portare a disfunzione erettile, i bassi livelli di globulina possono avere un effetto negativo sul ciclo mestruale e sulla funzione ovarica e le adipochine possono avere effetti negativi sulla fertilità.

Infine, le comorbilità mediche (ipertensione, malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2) e i farmaci usati per il loro trattamento hanno un impatto negativo sul funzionamento sessuale favorendo l’insorgere della disfunzione erettile. Infatti, quest’ultima spesso è un’utile indicatore di una malattia cardiovascolare in atto.

1.  Buone notizie

Il problema dell’obesità è ormai considerato alla stregua di una pandemia sia per la sua portata che per le conseguenze sociali e individuali. Di conseguenza, sono molti gli sforzi e gli studi profusi per risolvere il problema e mitigarne gli effetti negativi in ambito psicosociale e di qualità della vita.

I risultati hanno mostrato come il calo ponderale sia associato in maniera proporzionale  a un miglioramento sia del funzionamento psicosociale che di quello di qualità della vita e di conseguenza della sessualità delle persone: più perdo peso più migliorano le condizioni di vita, salute, relazionali e sessuali. La riduzione del peso sembra avere un effetto positivo sia sulle comorbilità mediche sia in tutte le aree del funzionamento sessuale. Gli effetti positivi riguardano:

  • Il funzionamento erettile
  • La produzione di ormoni sessuali e riproduttivi
  • L’aumento del desiderio, dell’eccitazione, della frequenza a raggiungere l’orgasmo, della soddisfazione nei rapporti e nella lubrificazione
  • L’immagine corporea
  • I sintomi depressivi (che diminuiscono o scompaiono)
  • La qualità e la soddisfazione delle relazioni affettive  e intime

Ovviamente, il recupero del peso corporeo porta alle difficoltà e insoddisfazioni precedenti.

Se vuoi ricevere maggiori informazioni o pensi di avere bisogno di aiuto rispetto a questo argomento contattami a info@psicologovigevano.com o chiamami al 3926778413

Sessualità e Disturbi Alimentari

Sessualità e Disturbi Alimentari

“La sessualità, in ambito umano, è un aspetto fondamentale e complesso del comportamento che riguarda da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione e alla ricerca del piacere, e da un altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse dei generi maschile e femminile; l’ambito sessuale investe la biologia, la psicologia, la cultura e la società riguardando la crescita dell’individuo e coinvolgendo anche tutta la sua vita relazionale… Il termine “sessualità” quindi è riferito più specificatamente agli spetti psicologici, sociali e culturali del comportamento sessuale umano, mentre col termine “attività sessuale” ci si riferisce più specificatamente alle pratiche sessuali vere e proprie” (https://it.wikipedia.org/wiki/Sessualit%C3%A0)

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “la sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali che arricchiscono e rafforzano la comunicazione e l’amore tra le persone”.

Come si può dedurre da queste due definizioni, la sessualità risulta essere un aspetto dell’esistenza umana particolarmente complesso. Tale complessità è data dall’interazione e reciproca influenza dei tre principali elementi in gioco nella sessualità: biologico, probabilmente il più tenuto in considerazione nell’analisi della sessualità, sociale e psicologico.

La componente biopsicosociale della sessualità influenza lo sviluppo della personalità dell’individuo e del suo benessere psicofisico. Allo stesso modo, essendo una relazione bidirezionale, le difficoltà psichiche, corporee ed esistenziali possono influire negativamente sul desiderio e sulla vita sessuale delle persone.

La sessualità fa parte del movimento umano di vivere se stesso, il mondo, gli altri e di farne esperienza. Il mezzo che ci permette di entrare in relazione con questi tre elementi dell’esistenza è il corpo che siamo. 

Che tipo di esperienza e di vissuto si esperisce in quelle condizioni e stati psicopatologici in cui la sofferenza e il patire si ripiegano sul corpo proprio?

1. Disturbi Alimentari e Sessualità

Sicuramente, una delle categorie psicopatologiche in cui il corpo assume un ruolo centrale nell’esperienza di chi ne è affetto è quella dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Diverse ricerche hanno evidenziato come tali disturbi abbiano un impatto negativo sullo sviluppo psicosessuale dei pazienti in adolescenza con importanti ripercussioni sulla vita sessuale adulta. I fattori che influenzano tale sviluppo sono vari e differiscono per ciascun disturbo.

1.1 Anoressia Nervosa

Nella prassi e nel vissuto sessuale anoressico si riscontrano spesso la riduzione del desiderio e dell’attività sessuale, difficoltà nell’iniziare e mantenere relazioni affettive e intime, e mancanza di interesse a impegnarsi nelle stesse. Queste difficoltà sono la conseguenza di un’attitudine negativa nei confronti dei problemi sessuali e del proprio corpo, degli effetti dell’inedia e dell’assenza del ciclo mestruale sulla fisiologia umana e sulle funzioni cerebrali, e dei tratti di personalità (compulsività e rigidità) che spesso sono comuni in queste persone.

Nella storia di queste pazienti si rintracciano spesso esperienze sessuali problematiche, indesiderate, abusanti o vissute come disgustose che influiscono sulla stima di sé e portano a sviluppare una maniacalità rispetto al controllo, all’inizio di rigidissime diete e all’utilizzo del corpo come un’unica fonte di alterità nel tentativo di non essere attraente e tenere a distanza le altre persone. Di conseguenza, tendono a scegliere partner asessuati e rassicuranti, o a intraprendere rapporti platonici idealizzati con persone sconosciute e lontane. Il sesso, se ricercato, è tollerato in quanto pratica per bruciare calorie.

1.2 Bulimia Nervosa

Nella Bulimia il corpo e il proprio peso sono vissuti con rabbia e vergogna. A differenza delle persone affette da anoressia, gli individui con bulimia sono in genere sessualmente attivi e si impegnano in relazioni sentimentali. Nonostante ciò, a causa della bassa stima di Sé e della difficoltà nel regolare le emozioni, manifestano una ridotta conoscenza della sessualità, mettono in atto comportamenti impulsivi, compulsivi  e talvolta autolesionistici, prediligono l’autoerotismo e concentrano la loro attenzione sul piacere del partner (facilmente accondiscendono e soddisfano le richieste di quest’ultimo). Le relazioni sono caratterizzate da dipendenza, promiscuità, disagio perché non si sentono all’altezza dell’amante, ansia prima di iniziare un rapporto sessuale e paura di essere abbandonate dal compagno. Inoltre, hanno difficoltà a comunicare le proprie sensazioni, desideri e fantasie sessuali. Anche nella storia di queste persone sono spesso presenti pregresse esperienze sessuali traumatiche (molestie e abusi) e una lunga sequenza di partner. Inoltre, è risultata significativa la presenza di alcune disfunzioni sessuali: vaginismo, frigidità, anorgasmia e dispareunia

Come per le anoressiche, queste pazienti lamentano una mancanza di soddisfazione per le loro esperienze sessuali. Inoltre, con quest’ultime possono condividere  anche alcuni tratti di personalità, l’immagine negativa del proprio corpo, le esperienze avverse dell’infanzia e un clima familiare ostile e avverso.

Se vuoi ricevere maggiori informazioni o pensi di avere bisogno di aiuto rispetto a Sessualità e Disturbi Alimentari contattami a info@psicologovigevano.com o chiamami al 3926778413

Come inizia l’anoressia?

Come inizia l’anoressia?

Quali sono i cambiamenti a cui porre attenzione e che potrebbero essere indicativi del futuro sviluppo dell’anoressia nervosa?

Come ha inizio l’Anoressia? Possono essere diversi i motivi che potrebbero innestare l’evolversi di questo disturbo. Essi vanno ricercati nell’esperienza dell’individuo e generalmente coincidono con eventi esistenziali negativi o dolorosi che innescano un’alterazione del senso di stabilità personale. Tali eventi esistenziali negativi possono riguardare una rottura relazionale (affettiva o amicale) oppure la disconferma da parte di una figura significativa.

Tendenzialmente, sono esperienze caratterizzate dal venir meno di una fonte di co-percezione (Alterità) che dia senso all’esperienza causando un senso di vuoto dovuto alla non familiarità di quest’ultima.

Nella fase iniziale, o premorbosa, avvengono dei cambiamenti comportamentali, emotivi, psicologici ed esistenziali che possono permettere di riconoscere precocemente la sofferenza dell’individuo. L’individuazione di tali cambiamenti consentirebbe la possibilità di effettuare un intervento tempestivo con conseguenti maggiori probabilità di guarigione e migliori risultati rispetto a quando il disturbo si sarà cronicizzato.

Queste nozioni risultano particolarmente importanti per genitori e familiari perché, soprattutto all’inizio della malattia, che comunemente esordisce nell’adolescenza (anche se ultimamente l’età d’esordio si sta ulteriormente abbassando), potrebbero non dare peso ai cambiamenti in atto, o considerarli positivamente, oppure scambiarli per un’altra difficoltà e considerarli transitori minimizzando così le problematicità.

Generalmente, il primo e più evidente cambiamento riguarda il rapporto con il cibo. L’adolescente inizia a seguire una dieta per perdere i chili in eccesso, ma una volta raggiunto l’obiettivo prefissato non si ferma. Il calo ponderale diventerà evidente nel giro di pochi mesi, tra i 3 e i 6, non destando preoccupazione tra famigliari, parenti e amici. La dieta diventerà sempre più ristretta e selettiva, verranno esclusi cibi ad alto contenuto calorico, grassi, zuccheri e carboidrati. Parallelamente si potrebbe sviluppare un particolare interesse per la cucina, traducendosi nella raccolta di ricette, o nell’appassionarsi a programmi televisivi dedicati al tema, o ancora nell’iniziare a cucinare per famigliari e amici. In questa fase, l’individuo potrebbe manifestare mancanza di appetito, senso di gonfiore, dolori di stomaco, digestioni difficili, precoce senso di sazietà e nausea. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, può anche succedere che in seguito ai periodi di restrizione alimentare possano seguire episodi di abbuffate incontrollate.

Alla dieta l’individuo potrebbe affiancare altri comportamenti volti a raggiungere il proprio obiettivo. Inizia a praticare attività fisica in maniera eccessiva, o a mettere in atto condotte di eliminazione come vomito autoindotto, oppure a utilizzare lassativi e diuretici. Inoltre, potrebbe saltare dei pasti o trovare delle scuse per farlo, mangiare in pubblico è di solito fonte di frustrazione e vergogna. 

Anche il modo di vestirsi cambia: si trova in difficoltà nella scelta degli abiti, optando per vestiti che nascondano le forme e mettendo sempre gli stessi nonostante possa disporre di un’ampia scelta. Il rapporto con la pesa e lo specchio diventa quasi compulsivo e i temi riguardanti le forme del corpo, il cibo e la conta delle calorie diventano pensieri ossessivi e totalizzanti.

Tendenzialmente, le persone che sviluppano questo disturbo sono delle perfezioniste, ad es. essere le prime della classe o le migliori nello sport, e molto sensibili al giudizio. Nella fase iniziale, detta luna di miele, a cui seguirà un acuirsi dei sintomi, potrebbe manifestarsi un particolare stato di euforia, senso di benessere e onnipotenza.  

Cambiamenti importanti riguardano il rapporto con il mondo e gli Altri. Il carattere che di solito le caratterizza è quello di persone miti, diligenti e socievoli. L’anoressia le cambia, facendole apparire come chiuse, scontrose, suscettibili e intolleranti, diventando abili a mentire e a manipolare le altre persone. Si convertono in individui solitari, abbandonano le attività sociali e quotidiane ritirandosi socialmente. Hanno inoltre difficoltà ad avere esperienze affettive e sessuali adeguate all’età.

Le caratteristiche e i cambiamenti che ho appena esposto non sono deterministici. Non bisogna fare la conta e spuntarle per effettuare una diagnosi, diverse persone possono manifestarle e non è detto che sviluppino l’Anoressia. Quelli che ho elencato sono solo alcuni degli aspetti che ricorrono nel campione rappresentativo delle persone con questo disturbo, dei possibili fattori di rischio. Il mio scopo è quello di far si che si ponga la giusta attenzione sui determinati comportamenti e di fornire delle nozioni utili a chi ha a che fare con questa psicopatologia affinché, se fosse il caso, sappia riconoscerla e possa intervenire precocemente in modo da avere maggiori possibilità di successo. Il consiglio è sempre quello di chiedere aiuto a uno professionista perché da questo disturbo si può guarire.

L’impatto psicologico della quarantena

L’impatto psicologico della quarantena

La quarantena è un periodo di segregazione e restrizione del movimento, di conseguenza della libertà, delle persone potenzialmente esposte a una malattia infettiva che ha lo scopo di accertare se tali individui si ammalano e di ridurre il rischio di contagio. La separazione dai propri cari, l’isolamento, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato di malattia, la noia, ecc., fanno della quarantena un’esperienza che mette a dura prova la propria stabilità personale. L’attuale situazione, causata dal diffondersi del COVID-19, ha spinto diversi studiosi ad approfondire i possibili risvolti psicologici che una tale condizione può provocare. In uno studio, recentemente pubblicato su The Lancet, sono stati esaminati i risultati di alcuni studi effettuati in situazioni simili a quella attuale dove erano state imposte simili misure di contenimento dell’epidemia, come per la sindrome respiratoria acuta grave (SARS, 2003) o quella di Ebola nel 2014. 

Da  questo studio emerge che la quarantena ha importanti effetti psicologici negativi. Per il personale ospedaliero, oltre a contribuire al manifestarsi di ansia, irritabilità, insonnia e deterioramento delle prestazioni lavorative, è risultato essere il fattore più predittivo per lo sviluppo di disturbi post-traumatici da stress e/o depressivi a breve termine. Mentre, a lungo termine, potrebbe portare all’abuso di alcol, dipendenze e l’evitamento di situazioni di possibile contagio (ad es. ad evitare il contatto coi pazienti). In generale, le persone sottoposte a tale misura di contenimento tendono a manifestare paura, nervosismo, confusione, rabbia, ansia, irritabilità, insonnia, frustrazione e sintomi depressivi e/o post-traumatici da stress. 

I fattori che più influiscono sugli esiti negativi della quarantena riguardano la durata, l’imposizione della riduzione di libertà, la paura per la propria salute e di infettare i propri cari, la perdita della routine, il ridotto contatto sociale e fisico, l’inadeguatezza di materiale sanitario e di prima necessità, e informazioni inadeguate rispetto alle linee guida sulle azioni da intraprendere, lo scopo della quarantena, sul livello di rischio, sul differente contenuto dei messaggi delle autorità, sia sanitarie che politiche, e sulla gravità della pandemia. Per quanto riguarda l’influenza dei fattori socio-demografici (età, genere, stato civile, grado d’istruzione, ecc.) sulla risposta psicologica alla quarantena i risultati delle varie ricerche sono contrastanti. 

In conclusione, alla luce di questi risultati e allo scopo di ridurre gli effetti psicologici negativi della quarantena, gli autori consigliano: 

  • di fornire un’informazione chiara, rapida ed efficace al fine di far comprendere alle persone al meglio la situazione;
  • di non far mancare materiale sanitario e beni di prima necessità;
  • di far durare la quarantena il minor tempo necessario, ossia lo stretto indispensabile, e di non modificarne la durata se non in condizioni estreme;
  • riuscire a promuovere e a far aderire gli individui a una quarantena volontaria, che rispetto a quella imposta, si associa a minor stress e complicazioni a lungo termine;
  • fornire strumenti e proporre attività che riducano la noia e l’isolamento sociale che sono spesso associati a maggior frustrazione e rabbia.

Ovviamente, come per ogni ricerca di questo tipo vanno tenuti in giusta considerazione i limiti e le differenze culturali, contestuali e individuali che possono influenzare in maniera diversa le risposte a una siffatta condizione.

Brooks, S., K., et al. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, P912-920, doi:10.1016/S0140-6736(20)30460-8

Lutto e perdita

Lutto e perdita

Il lutto è quella condizione esistenziale in cui si prova un sentimento di intenso dolore in seguito alla “perdita”. 

Di solito, in ambito psicologico, tale evento, viene ricondotto alla scomparsa di una persona cara, a cui si è affettivamente legati, viene affrontato alla luce del tipo di relazione che si intratteneva con il defunto e della sintomatologia che ne consegue.

Questo modo di affrontare tale fenomeno, che è connaturato all’esistenza umana, può avere gravi ripercussioni sul benessere psicofisico dell’individuo, in quanto,  indirizza verso una patologizzazione della persona. Infatti, sintomi quali umore depresso, incapacità di sentire piacere, perdita di appetito, incapacità di concentrarsi, insonnia, ecc., che si sviluppano comunemente nelle persone colpite da lutto possono essere identici a quelli dei disturbi depressivi: il rischio potrebbe essere quello di confondere una normale risposta di tristezza con un disturbo (per approfondimenti https://www.psicologovigevano.com/tristezza-o-depressione/). A questo proposito, anche il DSM 5 esclude dalla definizione di Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) le condizioni conseguenti alla morte di una persona cara, in quanto considerate risposte normali a tale situazione (vedremo in seguito quando tale risposta non si configura più come normale ma diventa un vero e proprio disturbo).

Secondo Horwitz e Wakefield (2007), il sentimento di tristezza che emerge in seguito a una perdita è di intensità, intesa come la “quantità” di sofferenza e di sintomi che si manifestano come conseguenza del lutto, proporzionata all’importanza e alla centralità della persona scomparsa, dura per qualche tempo e, poi, a poco a poco cala quando il soggetto si adatta al cambiamento. Tale definizione ci permette di comprendere meglio come mai alcune persone rispondono in modo diverso al lutto. I fattori che influenzano le reazioni individuali riguardano il contesto culturale, ossia il modo in cui è regolata l’espressione del cordoglio, le circostanze (morte improvvisa o prevedibile), il temperamento individuale, la qualità, l’intimità e la durata della relazione che si intratteneva con il/la defunto/a.

Altri importanti fattori che influiscono sulla risposta emotiva riguardano il carico di assistenza prima della morte e il perdurare delle circostanze che la seguono. Nel primo caso, le persone, che hanno dovuto affrontare casi di lunga e debilitante malattia del partner, riportano livelli minori di sofferenza. Infatti, in queste circostanze, la morte può arrecare sollievo e liberazione da una situazione stressante in cui ci si sentiva intrappolati. Mentre, nel secondo, la permanenza della sofferenza dipende dalle ripercussioni a livello sociale ed economico prodotte dalla scomparsa della persona e dalle risorse disponibili per affrontare la perdita. Questi elementi sono di cruciale importanza nella valutazione delle condizioni individuali in seguito a un lutto, in quanto, una più duratura risposta di dolore potrebbe dipendere dal perdurare della situazione di stress e dal conseguente maggiore impatto negativo di questa (Horwitz e Wakefield, 2007).

In sintesi, le risposte di tristezza che scaturiscono da un lutto sembrano destinate a risolversi con il passare del tempo. Infatti, solo una piccola percentuale, che si attesta tra il 10 e il 20%, delle persone manifesta sintomi gravi, che soddisfano i criteri per un disturbo depressivo, gli altri recuperano il proprio equilibrio adattandosi alla perdita. 

I dati ci permettono di supportare la conclusione che, anche se un numero (42%) cospicuo di reazioni al lutto soddisfano i criteri diagnostici del disturbo depressivo per sintomatologia e durata, nella grande maggioranza esse sono risposte normali passeggere alla perdita, con solo una piccola parte che divengono condizioni croniche qualificabili come disturbi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Quando il proprio stato di sofferenza può essere considerato un vero disturbo e non più una risposta naturale?

Vi è una modesta percentuale, circa il 10%, di persone che, in seguito a un lutto, sviluppano vere e proprie forme depressive croniche. Sono quegli stati patologici che costituiscono il Complicated Grief, riconosciuti dal DSM come forma di disturbo, e che possono comportare un quadro di inibizione motoria, ideazione psicotica intensa, o gravi sintomi che durano nonostante il passare del tempo e il mutare delle circostanze.

In conclusione, si può affermare che il lutto è una condizione normale dell’esperienza umana e che la conseguente risposta di tristezza, che si innesca al fine di farvi fronte, si risolve con il passare del tempo: non va considerata un disturbo tranne che in situazioni particolari. L’importanza di tale punto di vista risiede nel fatto che etichettare tali risposte come disturbi ha notevoli implicazioni negative. Infatti, è stato dimostrato che gli interventi come la consulenza che inducono le persone a rendere coscienza dell’evento luttuoso non si sono rivelati molto efficaci e possono essere dannosi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Il tema della perdita non riguarda solamente la scomparsa di una persona a cui si è affettivamente legati, ma può anche essere inerente alla fine di una relazione, o al non raggiungimento di un obiettivo, di un ideale, di un’aspirazione. Tutte queste situazioni possono innescare gli stessi sentimenti che scaturiscono da un lutto e provocare nell’individuo le stesse reazioni della perdita che possono portare a un umore depresso, nonché senso di vuoto, impotenza, rabbia, angoscia e forte ansia. L’entità e la durata dello stato di malessere, in queste circostanze, dipende dalle risorse individuali e dalla capacità della persona di riposizionarsi rispetto a ciò che gli è accaduto ritrovando così un equilibrio. Cambia il rapporto con gli altri e il proprio essere nel mondo si modifica: si pensa che nessuno possa essere d’aiuto, che il mondo ce l’abbia con noi, calano la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità.

A differenza di quanto succede per il lutto, in questi casi l’aiuto di un esperto è auspicabile e utile.

Pin It on Pinterest