Come inizia l’anoressia?

Come inizia l’anoressia?

Quali sono i cambiamenti a cui porre attenzione e che potrebbero essere indicativi del futuro sviluppo dell’anoressia nervosa?

Come ha inizio l’Anoressia? Possono essere diversi i motivi che potrebbero innestare l’evolversi di questo disturbo. Essi vanno ricercati nell’esperienza dell’individuo e generalmente coincidono con eventi esistenziali negativi o dolorosi che innescano un’alterazione del senso di stabilità personale. Tali eventi esistenziali negativi possono riguardare una rottura relazionale (affettiva o amicale) oppure la disconferma da parte di una figura significativa.

Tendenzialmente, sono esperienze caratterizzate dal venir meno di una fonte di co-percezione (Alterità) che dia senso all’esperienza causando un senso di vuoto dovuto alla non familiarità di quest’ultima.

Nella fase iniziale, o premorbosa, avvengono dei cambiamenti comportamentali, emotivi, psicologici ed esistenziali che possono permettere di riconoscere precocemente la sofferenza dell’individuo. L’individuazione di tali cambiamenti consentirebbe la possibilità di effettuare un intervento tempestivo con conseguenti maggiori probabilità di guarigione e migliori risultati rispetto a quando il disturbo si sarà cronicizzato.

Queste nozioni risultano particolarmente importanti per genitori e familiari perché, soprattutto all’inizio della malattia, che comunemente esordisce nell’adolescenza (anche se ultimamente l’età d’esordio si sta ulteriormente abbassando), potrebbero non dare peso ai cambiamenti in atto, o considerarli positivamente, oppure scambiarli per un’altra difficoltà e considerarli transitori minimizzando così le problematicità.

Generalmente, il primo e più evidente cambiamento riguarda il rapporto con il cibo. L’adolescente inizia a seguire una dieta per perdere i chili in eccesso, ma una volta raggiunto l’obiettivo prefissato non si ferma. Il calo ponderale diventerà evidente nel giro di pochi mesi, tra i 3 e i 6, non destando preoccupazione tra famigliari, parenti e amici. La dieta diventerà sempre più ristretta e selettiva, verranno esclusi cibi ad alto contenuto calorico, grassi, zuccheri e carboidrati. Parallelamente si potrebbe sviluppare un particolare interesse per la cucina, traducendosi nella raccolta di ricette, o nell’appassionarsi a programmi televisivi dedicati al tema, o ancora nell’iniziare a cucinare per famigliari e amici. In questa fase, l’individuo potrebbe manifestare mancanza di appetito, senso di gonfiore, dolori di stomaco, digestioni difficili, precoce senso di sazietà e nausea. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, può anche succedere che in seguito ai periodi di restrizione alimentare possano seguire episodi di abbuffate incontrollate.

Alla dieta l’individuo potrebbe affiancare altri comportamenti volti a raggiungere il proprio obiettivo. Inizia a praticare attività fisica in maniera eccessiva, o a mettere in atto condotte di eliminazione come vomito autoindotto, oppure a utilizzare lassativi e diuretici. Inoltre, potrebbe saltare dei pasti o trovare delle scuse per farlo, mangiare in pubblico è di solito fonte di frustrazione e vergogna. 

Anche il modo di vestirsi cambia: si trova in difficoltà nella scelta degli abiti, optando per vestiti che nascondano le forme e mettendo sempre gli stessi nonostante possa disporre di un’ampia scelta. Il rapporto con la pesa e lo specchio diventa quasi compulsivo e i temi riguardanti le forme del corpo, il cibo e la conta delle calorie diventano pensieri ossessivi e totalizzanti.

Tendenzialmente, le persone che sviluppano questo disturbo sono delle perfezioniste, ad es. essere le prime della classe o le migliori nello sport, e molto sensibili al giudizio. Nella fase iniziale, detta luna di miele, a cui seguirà un acuirsi dei sintomi, potrebbe manifestarsi un particolare stato di euforia, senso di benessere e onnipotenza.  

Cambiamenti importanti riguardano il rapporto con il mondo e gli Altri. Il carattere che di solito le caratterizza è quello di persone miti, diligenti e socievoli. L’anoressia le cambia, facendole apparire come chiuse, scontrose, suscettibili e intolleranti, diventando abili a mentire e a manipolare le altre persone. Si convertono in individui solitari, abbandonano le attività sociali e quotidiane ritirandosi socialmente. Hanno inoltre difficoltà ad avere esperienze affettive e sessuali adeguate all’età.

Le caratteristiche e i cambiamenti che ho appena esposto non sono deterministici. Non bisogna fare la conta e spuntarle per effettuare una diagnosi, diverse persone possono manifestarle e non è detto che sviluppino l’Anoressia. Quelli che ho elencato sono solo alcuni degli aspetti che ricorrono nel campione rappresentativo delle persone con questo disturbo, dei possibili fattori di rischio. Il mio scopo è quello di far si che si ponga la giusta attenzione sui determinati comportamenti e di fornire delle nozioni utili a chi ha a che fare con questa psicopatologia affinché, se fosse il caso, sappia riconoscerla e possa intervenire precocemente in modo da avere maggiori possibilità di successo. Il consiglio è sempre quello di chiedere aiuto a uno professionista perché da questo disturbo si può guarire.

L’impatto psicologico della quarantena

L’impatto psicologico della quarantena

La quarantena è un periodo di segregazione e restrizione del movimento, di conseguenza della libertà, delle persone potenzialmente esposte a una malattia infettiva che ha lo scopo di accertare se tali individui si ammalano e di ridurre il rischio di contagio. La separazione dai propri cari, l’isolamento, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato di malattia, la noia, ecc., fanno della quarantena un’esperienza che mette a dura prova la propria stabilità personale. L’attuale situazione, causata dal diffondersi del COVID-19, ha spinto diversi studiosi ad approfondire i possibili risvolti psicologici che una tale condizione può provocare. In uno studio, recentemente pubblicato su The Lancet, sono stati esaminati i risultati di alcuni studi effettuati in situazioni simili a quella attuale dove erano state imposte simili misure di contenimento dell’epidemia, come per la sindrome respiratoria acuta grave (SARS, 2003) o quella di Ebola nel 2014. 

Da  questo studio emerge che la quarantena ha importanti effetti psicologici negativi. Per il personale ospedaliero, oltre a contribuire al manifestarsi di ansia, irritabilità, insonnia e deterioramento delle prestazioni lavorative, è risultato essere il fattore più predittivo per lo sviluppo di disturbi post-traumatici da stress e/o depressivi a breve termine. Mentre, a lungo termine, potrebbe portare all’abuso di alcol, dipendenze e l’evitamento di situazioni di possibile contagio (ad es. ad evitare il contatto coi pazienti). In generale, le persone sottoposte a tale misura di contenimento tendono a manifestare paura, nervosismo, confusione, rabbia, ansia, irritabilità, insonnia, frustrazione e sintomi depressivi e/o post-traumatici da stress. 

I fattori che più influiscono sugli esiti negativi della quarantena riguardano la durata, l’imposizione della riduzione di libertà, la paura per la propria salute e di infettare i propri cari, la perdita della routine, il ridotto contatto sociale e fisico, l’inadeguatezza di materiale sanitario e di prima necessità, e informazioni inadeguate rispetto alle linee guida sulle azioni da intraprendere, lo scopo della quarantena, sul livello di rischio, sul differente contenuto dei messaggi delle autorità, sia sanitarie che politiche, e sulla gravità della pandemia. Per quanto riguarda l’influenza dei fattori socio-demografici (età, genere, stato civile, grado d’istruzione, ecc.) sulla risposta psicologica alla quarantena i risultati delle varie ricerche sono contrastanti. 

In conclusione, alla luce di questi risultati e allo scopo di ridurre gli effetti psicologici negativi della quarantena, gli autori consigliano: 

  • di fornire un’informazione chiara, rapida ed efficace al fine di far comprendere alle persone al meglio la situazione;
  • di non far mancare materiale sanitario e beni di prima necessità;
  • di far durare la quarantena il minor tempo necessario, ossia lo stretto indispensabile, e di non modificarne la durata se non in condizioni estreme;
  • riuscire a promuovere e a far aderire gli individui a una quarantena volontaria, che rispetto a quella imposta, si associa a minor stress e complicazioni a lungo termine;
  • fornire strumenti e proporre attività che riducano la noia e l’isolamento sociale che sono spesso associati a maggior frustrazione e rabbia.

Ovviamente, come per ogni ricerca di questo tipo vanno tenuti in giusta considerazione i limiti e le differenze culturali, contestuali e individuali che possono influenzare in maniera diversa le risposte a una siffatta condizione.

Brooks, S., K., et al. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, P912-920, doi:10.1016/S0140-6736(20)30460-8

Lutto e perdita

Lutto e perdita

Il lutto è quella condizione esistenziale in cui si prova un sentimento di intenso dolore in seguito alla “perdita”. 

Di solito, in ambito psicologico, tale evento, viene ricondotto alla scomparsa di una persona cara, a cui si è affettivamente legati, viene affrontato alla luce del tipo di relazione che si intratteneva con il defunto e della sintomatologia che ne consegue.

Questo modo di affrontare tale fenomeno, che è connaturato all’esistenza umana, può avere gravi ripercussioni sul benessere psicofisico dell’individuo, in quanto,  indirizza verso una patologizzazione della persona. Infatti, sintomi quali umore depresso, incapacità di sentire piacere, perdita di appetito, incapacità di concentrarsi, insonnia, ecc., che si sviluppano comunemente nelle persone colpite da lutto possono essere identici a quelli dei disturbi depressivi: il rischio potrebbe essere quello di confondere una normale risposta di tristezza con un disturbo (per approfondimenti https://www.psicologovigevano.com/tristezza-o-depressione/). A questo proposito, anche il DSM 5 esclude dalla definizione di Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) le condizioni conseguenti alla morte di una persona cara, in quanto considerate risposte normali a tale situazione (vedremo in seguito quando tale risposta non si configura più come normale ma diventa un vero e proprio disturbo).

Secondo Horwitz e Wakefield (2007), il sentimento di tristezza che emerge in seguito a una perdita è di intensità, intesa come la “quantità” di sofferenza e di sintomi che si manifestano come conseguenza del lutto, proporzionata all’importanza e alla centralità della persona scomparsa, dura per qualche tempo e, poi, a poco a poco cala quando il soggetto si adatta al cambiamento. Tale definizione ci permette di comprendere meglio come mai alcune persone rispondono in modo diverso al lutto. I fattori che influenzano le reazioni individuali riguardano il contesto culturale, ossia il modo in cui è regolata l’espressione del cordoglio, le circostanze (morte improvvisa o prevedibile), il temperamento individuale, la qualità, l’intimità e la durata della relazione che si intratteneva con il/la defunto/a.

Altri importanti fattori che influiscono sulla risposta emotiva riguardano il carico di assistenza prima della morte e il perdurare delle circostanze che la seguono. Nel primo caso, le persone, che hanno dovuto affrontare casi di lunga e debilitante malattia del partner, riportano livelli minori di sofferenza. Infatti, in queste circostanze, la morte può arrecare sollievo e liberazione da una situazione stressante in cui ci si sentiva intrappolati. Mentre, nel secondo, la permanenza della sofferenza dipende dalle ripercussioni a livello sociale ed economico prodotte dalla scomparsa della persona e dalle risorse disponibili per affrontare la perdita. Questi elementi sono di cruciale importanza nella valutazione delle condizioni individuali in seguito a un lutto, in quanto, una più duratura risposta di dolore potrebbe dipendere dal perdurare della situazione di stress e dal conseguente maggiore impatto negativo di questa (Horwitz e Wakefield, 2007).

In sintesi, le risposte di tristezza che scaturiscono da un lutto sembrano destinate a risolversi con il passare del tempo. Infatti, solo una piccola percentuale, che si attesta tra il 10 e il 20%, delle persone manifesta sintomi gravi, che soddisfano i criteri per un disturbo depressivo, gli altri recuperano il proprio equilibrio adattandosi alla perdita. 

I dati ci permettono di supportare la conclusione che, anche se un numero (42%) cospicuo di reazioni al lutto soddisfano i criteri diagnostici del disturbo depressivo per sintomatologia e durata, nella grande maggioranza esse sono risposte normali passeggere alla perdita, con solo una piccola parte che divengono condizioni croniche qualificabili come disturbi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Quando il proprio stato di sofferenza può essere considerato un vero disturbo e non più una risposta naturale?

Vi è una modesta percentuale, circa il 10%, di persone che, in seguito a un lutto, sviluppano vere e proprie forme depressive croniche. Sono quegli stati patologici che costituiscono il Complicated Grief, riconosciuti dal DSM come forma di disturbo, e che possono comportare un quadro di inibizione motoria, ideazione psicotica intensa, o gravi sintomi che durano nonostante il passare del tempo e il mutare delle circostanze.

In conclusione, si può affermare che il lutto è una condizione normale dell’esperienza umana e che la conseguente risposta di tristezza, che si innesca al fine di farvi fronte, si risolve con il passare del tempo: non va considerata un disturbo tranne che in situazioni particolari. L’importanza di tale punto di vista risiede nel fatto che etichettare tali risposte come disturbi ha notevoli implicazioni negative. Infatti, è stato dimostrato che gli interventi come la consulenza che inducono le persone a rendere coscienza dell’evento luttuoso non si sono rivelati molto efficaci e possono essere dannosi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Il tema della perdita non riguarda solamente la scomparsa di una persona a cui si è affettivamente legati, ma può anche essere inerente alla fine di una relazione, o al non raggiungimento di un obiettivo, di un ideale, di un’aspirazione. Tutte queste situazioni possono innescare gli stessi sentimenti che scaturiscono da un lutto e provocare nell’individuo le stesse reazioni della perdita che possono portare a un umore depresso, nonché senso di vuoto, impotenza, rabbia, angoscia e forte ansia. L’entità e la durata dello stato di malessere, in queste circostanze, dipende dalle risorse individuali e dalla capacità della persona di riposizionarsi rispetto a ciò che gli è accaduto ritrovando così un equilibrio. Cambia il rapporto con gli altri e il proprio essere nel mondo si modifica: si pensa che nessuno possa essere d’aiuto, che il mondo ce l’abbia con noi, calano la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità.

A differenza di quanto succede per il lutto, in questi casi l’aiuto di un esperto è auspicabile e utile.

I fattori che influiscono sul benessere psicologico all’inizio del diffondersi di una epidemia.

I fattori che influiscono sul benessere psicologico all’inizio del diffondersi di una epidemia.

Di recente, in Cina, è stato pubblicato uno studio il cui scopo era quello di indagare la reazione psicologica e i fattori ad essa associati nella prima fase della diffusione dell’epidemia da Coronavirus (COVID-19). Nello specifico, gli autori si sono proposti l’obiettivo di stabilire la prevalenza dei sintomi psichiatrici e di individuare i fattori di rischio e protettivi per lo stress psicologico. Dai risultati è emerso che A) più della metà degli intervistati ha subito un contraccolpo psicologico di livello moderato o grave, B) un terzo presentava sintomi depressivi, uno su sei sintomi legati all’ansia e circa uno su dieci sintomi connessi allo stress.

I risultati di questo studio hanno messo in evidenza importanti implicazioni, sia cliniche che politiche, che le autorità governative e sanitarie dovrebbero tenere in considerazione  per ridurre l’impatto psicologico causato dal diffondersi dell’epidemia.

Innanzitutto, la necessità di identificare, attraverso le informazioni socio-demografiche, i gruppi a più alto rischio (ad es. il genere femminile sembrerebbe essere maggiormente sensibile allo sviluppo di condizioni connesse ad ansia, depressione e stress) e fornire loro un precoce intervento di sostegno psicologico. Un altro gruppo che necessità di un intervento mirato è quello degli studenti, infatti, la chiusura delle scuole, l’impossibilità di seguire le lezioni e frequentare i compagni potrebbe avere conseguenze considerevoli sulla salute mentale dei ragazzi. 

La necessità di identificare i bisogni psicologi ed esistenziali risulta essere un’azione rilevante anche per quella parte di popolazione che manifesta sintomi fisici, riconducibili al contagio da COVID-19, o che è affetta da patologie croniche: una delle principali preoccupazioni riguarda gli altri componenti della famiglia, in particolare i bambini. 

Inoltre, governi, autorità sanitarie e, soprattutto, mass-media dovrebbero fornire informazioni sanitarie accurate ed evitare o contrastare la mala-informazione. Infatti, un’alta soddisfazione per le informazioni ricevute è associata a un impatto psicologico minore e a livelli più bassi di ansia, stress e depressione. Un altra importante azione, che migliora la risposta psicologica e riduce gli effetti dell’epidemia fornendo maggiore senso di protezione e sicurezza, riguarda l’utilizzo di alcune misure protettive come lavarsi le mani e utilizzare le mascherine. 

In conclusione, da una parte, il genere femminile, lo status di studente e specifici sintomi fisici sono associati a un maggiore impatto psicologico e a più alti livelli di stress, ansia e depressione durante il diffondersi dell’epidemia. Dall’altra, informazioni sanitarie accurate e aggiornate, e l’utilizzo di determinate misure di protezione sono associate a un minore impatto psicologico e a livelli più bassi di ansia, depressione e stress.

Consulenza psicologica e psicoterapia online

Consulenza psicologica e psicoterapia online

Spesso, nonostante la necessità e il bisogno di accedere a un servizio di psicologia, gli impegni lavorativi, familiari, o altri impedimenti (ad es. la lontananza fisica dal professionista specifico) non permettono la realizzazione della possibilità di seguire un percorso di sostegno psicologico o psicoterapeutico.

Grazie alla tecnologia e nello specifico al VOIP (Voice Over Internet Protocol), ossia un protocollo internet che permette di effettuare videochiamate, queste barriere possono essere superate e permettere un più facile accesso al servizio di psicologia desiderato. Nella mia pratica, per svolgere le Consulenze Online, utilizzo Skype, software gratuito che garantisce il rispetto della privacy. Oltre a tale programma, al fine di rendere possibile e fruibile tale servizio secondo un buono standard sono necessari: 

  • buona connessione ADSL o Fibra
  • la possibilità di appartarsi in un luogo che permetta di tenere lontani rumori e distrazioni che potrebbero disturbare il colloquio

Le consulenze online offrono diversi vantaggi, da una parte permettono al professionista di offrire diversi servizi a partire dall’ascolto, supporto, informazione e orientamento, fino al supporto psicologico e la psicoterapia, e quindi la possibilità di trattare diversi disturbi e difficoltà come quelle connesse all’ansia (attacchi di panico, fobie), all’alimentazione, ai traumi, allo stress, al lutto, al lavoro, alle ossessioni-compulsioni, e di coppia. In sintesi, permettono di affrontare diverse problematiche esistenziali che potrebbero mettere in difficoltà qualsiasi persona. 

Dall’altra, offrono una maggiore flessibilità, agevolano l’accesso ai servizi di psicologia alle persone con mobilità limitata, restrizioni temporali o che vogliano consultare un professionista specifico ma l’eccessiva distanza glielo impedisce. Infine, riducono l’impatto economico e della stigmatizzazione sociale offrendo maggiore riservatezza.

Di prassi, il primo colloquio di conoscenza della durata di circa 30 minuti è gratuito. Durante questo primo incontro si individuano le difficoltà o il problema e si spiega sommariamente in cosa consisterà l’aiuto. I successivi incontri saranno della durata di circa 50 minuti e il costo è di 60 euro pagabili tramite bonifico o Pay Pal.

Studio di Psicologia Vigevano

Ricevo presso il Centro Salute Vigevano, in viale dei Mille 12.
Per richiedere un appuntamento telefonare al 392 6778413 oppure spedire una mail all’indirizzo info@psicologovigevano.com

Tristezza o Depressione

Tristezza o Depressione

In un mio precedente articolo, “Quale trattamento per la depressione”  avevo sottolineato come nell’ultimo decennio vi fosse stata una allarmante crescita del numero di persone trattate per depressione, soprattutto adolescenti e anziani, e di come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) abbia previsto un ulteriore aumento di tali casi per il prossimo futuro.

Ovviamente, il proliferare di tale diagnosi ha avuto importanti ripercussioni sia sui singoli individui, sia  a livello sociale: pensiamo ad esempio all’aumento dell’utilizzo dei farmaci antidepressivi (SSRI), all’incremento della spesa della sanità pubblica, o ancora, al modo in cui lo stigma di tale diagnosi possa influire sulla partecipazione alla vita sociale del singolo individuo, ecc. 

In “La perdita della tristezza. Come la psichiatria ha trasformato la tristezza in depressione”, Horwitz e Wakefield (2007) si chiedono se sia quella attuale l’epoca della depressione e del perché di un tale proliferare di diagnosi del disturbo depressivo.

Secondo gli autori, che nel loro libro analizzano come si sia sviluppato il concetto di depressione all’interno della psichiatria, più che i fattori di ordine sociale, il motivo principale che ha portato ad un aumento di tale fenomeno risiede nel fatto che la mutata definizione psichiatrica di disturbo depressivo, così come è oggi secondo le linee guida del DSM 5, permette di classificare come malattia anche quei casi di tristezza, intesa come normale risposta dell’essere umano agli eventi negativi e di perdita legati alla propria esistenza, anche quando quest’ultima non lo è. Questa epidemia, dovuta ad un’inflazione della diagnosi, ha importanti ripercussioni a livello sociale, individuale e clinico.

Il modo in cui la sofferenza viene compresa influisce in maniera determinante sul trattamento: il rischio è di trattare gli individui normalmente tristi come se fossero malati di depressione. Quella che prima era considerata una normale reazione alla perdita e al fallimento di speranze e aspirazioni ora è considerata una malattia psichiatrica.

I sintomi tipici degli stati depressivi, quali difficoltà legate al sonno, mutamenti nell’appetito e nel peso corporeo, la perdita d’interesse, l’affaticamento, l’agitazione o il rallentamento psicomotorio, la difficoltà a concentrarsi, ecc., possono verificarsi anche come reazioni che fanno parte della normalità della natura umana in risposta ad un’ampia gamma di eventi negativi che fanno parte dell’esperienza dell’essere umano generalmente legata alla perdita (ad es., infedeltà del partner, lutto, scoperta di una malattia grave, il non raggiungimento di obiettivi, ecc.). I sintomi non sono qualitativamente diversi, così come le conseguenze che possono manifestarsi in distorte percezioni cognitive del sé, del mondo e del futuro.

Qual è allora il confine tra disturbo depressivo e tristezza?

Quando si può parlare dell’uno o dell’altra? Secondo gli autori, la tristezza si rapporta a un contesto specifico, è di intensità sproporzionata rispetto alla perdita e tende ad affievolirsi o quando la situazione di perdita termina o quando l’individuo si adatta alle nuove circostanze, recuperando l’equilibrio psicosociale.

Mentre, nella depressione, i sintomi non sono necessariamente legati ad un appropriato contesto (ad es., possono comparire anche in assenza di una perdita o addirittura in seguito ad un evento positivo), sono di intensità sproporzionata rispetto alle circostanze, persistono indipendentemente dal contesto come se assumessero una vita a sé stante e sono immuni ai cambiamenti delle situazioni esterne: il quadro di profonda, immensa e paralizzante sofferenza che si viene a creare è sganciato dalle circostanze della vita concreta.

Riuscire ad effettuare una corretta diagnosi differenziale tra tristezza e depressione porta indubbiamente a dei vantaggi che riguardano l’individuo, la clinica e i servizi preposti alla cura di tale disturbo. Infatti, permette di evitare i danni, individuali e sociali, che la patologizzazione di condizioni normali può causare, o per lo meno ridurne gli effetti, migliora la determinazione della prognosi  e consente di individuare la cura e gli interventi sociali più appropriati.

In conclusione, l’aver adottato nella clinica dei disturbi depressivi i criteri diagnostici del DSM avrebbe portato ad una proliferare di diagnosi di depressione.

Il risultato è un eccesso di falsi positivi, in cui sarebbero state considerate come patologiche anche quelle situazioni che invece sarebbero da considerare come normali risposte dell’individuo a fattori individuali o sociali negativi e che dovrebbero ricadere sotto l’etichetta di tristezza. Per evitare di commettere questo errore, Horwitz e Wakefield, individuano tre caratteristiche che il clinico nella valutazione dei sintomi dovrebbe tenere in considerazione: la loro appropriatezza rispetto al contesto d’insorgenza,  l’adeguatezza del livello d’intensità e il decorso in relazione ai cambiamenti delle situazioni esterne. In quest’ottica, la tristezza sarebbe da considerare come l’effetto delle difficoltà dell’individuo e la depressione come la causa.

Prenota un Consulto presso la Sede di Vigevano

Per chi fosse interessato ad approfondire le tematiche relative alle tematiche della depressione e della tristezza con il dott. Alvaro Fornasari, psicologo a Vigevano è possibile chiamare il numero di telefono 392 6778413 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologovigevano.com per prenotare un primo colloquio psicologico. E’ possibile consultare  anche la pagina del sito web dei contatti per avere ulteriori informazioni in merito al sostegno psicologico per le problematiche legate all’ansia.

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