Il lutto è quella condizione esistenziale in cui si prova un sentimento di intenso dolore in seguito alla “perdita”. 

Di solito, in ambito psicologico, tale evento, viene ricondotto alla scomparsa di una persona cara, a cui si è affettivamente legati, viene affrontato alla luce del tipo di relazione che si intratteneva con il defunto e della sintomatologia che ne consegue.

Questo modo di affrontare tale fenomeno, che è connaturato all’esistenza umana, può avere gravi ripercussioni sul benessere psicofisico dell’individuo, in quanto,  indirizza verso una patologizzazione della persona. Infatti, sintomi quali umore depresso, incapacità di sentire piacere, perdita di appetito, incapacità di concentrarsi, insonnia, ecc., che si sviluppano comunemente nelle persone colpite da lutto possono essere identici a quelli dei disturbi depressivi: il rischio potrebbe essere quello di confondere una normale risposta di tristezza con un disturbo (per approfondimenti https://www.psicologovigevano.com/tristezza-o-depressione/). A questo proposito, anche il DSM 5 esclude dalla definizione di Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) le condizioni conseguenti alla morte di una persona cara, in quanto considerate risposte normali a tale situazione (vedremo in seguito quando tale risposta non si configura più come normale ma diventa un vero e proprio disturbo).

Secondo Horwitz e Wakefield (2007), il sentimento di tristezza che emerge in seguito a una perdita è di intensità, intesa come la “quantità” di sofferenza e di sintomi che si manifestano come conseguenza del lutto, proporzionata all’importanza e alla centralità della persona scomparsa, dura per qualche tempo e, poi, a poco a poco cala quando il soggetto si adatta al cambiamento. Tale definizione ci permette di comprendere meglio come mai alcune persone rispondono in modo diverso al lutto. I fattori che influenzano le reazioni individuali riguardano il contesto culturale, ossia il modo in cui è regolata l’espressione del cordoglio, le circostanze (morte improvvisa o prevedibile), il temperamento individuale, la qualità, l’intimità e la durata della relazione che si intratteneva con il/la defunto/a.

Altri importanti fattori che influiscono sulla risposta emotiva riguardano il carico di assistenza prima della morte e il perdurare delle circostanze che la seguono. Nel primo caso, le persone, che hanno dovuto affrontare casi di lunga e debilitante malattia del partner, riportano livelli minori di sofferenza. Infatti, in queste circostanze, la morte può arrecare sollievo e liberazione da una situazione stressante in cui ci si sentiva intrappolati. Mentre, nel secondo, la permanenza della sofferenza dipende dalle ripercussioni a livello sociale ed economico prodotte dalla scomparsa della persona e dalle risorse disponibili per affrontare la perdita. Questi elementi sono di cruciale importanza nella valutazione delle condizioni individuali in seguito a un lutto, in quanto, una più duratura risposta di dolore potrebbe dipendere dal perdurare della situazione di stress e dal conseguente maggiore impatto negativo di questa (Horwitz e Wakefield, 2007).

In sintesi, le risposte di tristezza che scaturiscono da un lutto sembrano destinate a risolversi con il passare del tempo. Infatti, solo una piccola percentuale, che si attesta tra il 10 e il 20%, delle persone manifesta sintomi gravi, che soddisfano i criteri per un disturbo depressivo, gli altri recuperano il proprio equilibrio adattandosi alla perdita. 

I dati ci permettono di supportare la conclusione che, anche se un numero (42%) cospicuo di reazioni al lutto soddisfano i criteri diagnostici del disturbo depressivo per sintomatologia e durata, nella grande maggioranza esse sono risposte normali passeggere alla perdita, con solo una piccola parte che divengono condizioni croniche qualificabili come disturbi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Quando il proprio stato di sofferenza può essere considerato un vero disturbo e non più una risposta naturale?

Vi è una modesta percentuale, circa il 10%, di persone che, in seguito a un lutto, sviluppano vere e proprie forme depressive croniche. Sono quegli stati patologici che costituiscono il Complicated Grief, riconosciuti dal DSM come forma di disturbo, e che possono comportare un quadro di inibizione motoria, ideazione psicotica intensa, o gravi sintomi che durano nonostante il passare del tempo e il mutare delle circostanze.

In conclusione, si può affermare che il lutto è una condizione normale dell’esperienza umana e che la conseguente risposta di tristezza, che si innesca al fine di farvi fronte, si risolve con il passare del tempo: non va considerata un disturbo tranne che in situazioni particolari. L’importanza di tale punto di vista risiede nel fatto che etichettare tali risposte come disturbi ha notevoli implicazioni negative. Infatti, è stato dimostrato che gli interventi come la consulenza che inducono le persone a rendere coscienza dell’evento luttuoso non si sono rivelati molto efficaci e possono essere dannosi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Il tema della perdita non riguarda solamente la scomparsa di una persona a cui si è affettivamente legati, ma può anche essere inerente alla fine di una relazione, o al non raggiungimento di un obiettivo, di un ideale, di un’aspirazione. Tutte queste situazioni possono innescare gli stessi sentimenti che scaturiscono da un lutto e provocare nell’individuo le stesse reazioni della perdita che possono portare a un umore depresso, nonché senso di vuoto, impotenza, rabbia, angoscia e forte ansia. L’entità e la durata dello stato di malessere, in queste circostanze, dipende dalle risorse individuali e dalla capacità della persona di riposizionarsi rispetto a ciò che gli è accaduto ritrovando così un equilibrio. Cambia il rapporto con gli altri e il proprio essere nel mondo si modifica: si pensa che nessuno possa essere d’aiuto, che il mondo ce l’abbia con noi, calano la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità.

A differenza di quanto succede per il lutto, in questi casi l’aiuto di un esperto è auspicabile e utile.

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