"Mi sento esistere solo se mi guardano": Quando il corpo diventa un oggetto per gli altri

Dicembre 4, 2025

"Mi sento esistere solo se mi guardano": Quando il corpo diventa un oggetto per gli altri
"Come mi vedono gli altri?" Se soffri di un Disturbo dell’Alimentazione e della Nutrizione, questa non è solo una domanda che ti poni ogni tanto. È il pensiero dominante che struttura la tua giornata. Molti pensano che l'anoressia o la bulimia riguardino il cibo, le calorie o il desiderio di essere magri e belli. Ma nel mio studio, ascoltando le storie di chi soffre, emerge una verità più profonda, confermata anche dalle più recenti ricerche in ambito fenomenologico e neuroscientifico.


Il problema non è solo nel piatto. Il problema è che il corpo ha smesso di essere la "tua casa" ed è diventato un "oggetto da guardare".


Il corpo vissuto vs. Il corpo guardato


Immagina di vivere in una casa di vetro. Non ti importa quanto sia comoda dentro, ti importa solo di come appare a chi passa per strada. Secondo il modello della "Sproporzione Ottico-Cenestesica", accade qualcosa di simile nel cervello di chi soffre di DCA.
Ognuno di noi vive il corpo in due modi:
Dall'interno (Cenestesia): Sento che ho fame, sento le mie emozioni, sento la mia vitalità. È il "Corpo-Soggetto".


Dall'esterno (Ottica): Mi vedo allo specchio o immagino come mi vedono gli altri. È il "Corpo-Oggetto".
In una situazione di benessere, questi due aspetti sono in equilibrio. Ma nell'Anoressia, il "sentire interno" si spegne o diventa inaffidabile. Rimane solo lo sguardo esterno. Ti senti viva/o solo se ti guardi, o se vieni guardata/o.


"Videor ergo sum": Sono vista, dunque sono


C'è una frase latina che descrive perfettamente questa condizione: "Videor ergo sum" (Sono vista, quindi sono). Per molte mie pazienti, lo sguardo degli altri diventa una sorta di "protesi". Poiché è difficile sentire le proprie emozioni o i confini del proprio corpo "da dentro" (ci si sente vuoti, evanescenti o confusi), si cerca disperatamente un confine "da fuori".


Il controllo del peso, la magrezza, il numero sulla bilancia diventano tentativi disperati di rendere quel corpo-oggetto solido, definibile, controllabile. È un tentativo di costruirsi un'identità attraverso gli occhi degli altri, perché la propria percezione interna sembra essere andata in frantumi.
Perché la terapia non può basarsi solo sul "convincere"


Dire a una persona "ma non vedi che sei magra?" spesso non serve. Perché quella persona non sta usando gli occhi per vedere la realtà, ma per sentire di esistere. Se il problema è che ti vivi come un oggetto sotto lo sguardo giudicante altrui (che spesso interiorizzi diventando il giudice più severo di te stessa/o), la terapia deve offrirti un'esperienza diversa.


Il mio approccio terapeutico integra la comprensione profonda di questi meccanismi. L'obiettivo non è solo modificare il comportamento alimentare, ma riparare la frattura tra "vedere" e "sentire".


Come lavoriamo insieme: un nuovo sguardo


In terapia, il mio compito è offrirti uno "sguardo" diverso. Non lo sguardo che giudica, misura o reifica (ti rende cosa), ma uno sguardo che riconosce.


Il percorso che propongo lavora su due fronti:
Riabitare il corpo: Imparare lentamente a fidarsi di nuovo delle sensazioni interne (interocezione), per smettere di aver bisogno dello specchio per sapere come stai.


Trasformare la relazione con l'Altro: Scoprire che è possibile stare con gli altri senza sentirsi costantemente un oggetto da valutare.


Uscire da un disturbo alimentare significa passare dall'essere un'immagine da perfezionare all'essere una persona che sente, vive e respira. Significa smettere di essere un "corpo per gli altri" e tornare a essere un "corpo per sé".


Se senti che la tua identità dipende troppo da come appari o da come ti guardano gli altri, sappi che è possibile invertire questa rotta. Il tuo corpo non è solo un biglietto da visita: è il luogo dove risiedono le tue emozioni e la tua vera vita.

Cosa dice la scienza? Questo approccio si basa su studi clinici e neuroscientifici che evidenziano come nei DCA vi sia una "dominanza visiva" a scapito della percezione interna. Recuperare l'equilibrio tra questi sensi è fondamentale per una guarigione stabile e per evitare ricadute (Fonte: Stanghellini et al., "Lived Body and the Gaze of the Other").

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Dott. Alvaro Fornasari Psicologo
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