In riferimento ai modelli psicologici presentati nell’articolo al seguente link sono diversi gli interventi psicologici che possono essere utilizzati durante la riabilitazione e per il ritorno all’attività sportiva.

Quali Interventi psicologici nell'infortunio sportivo utilizzare

Questa varietà permette, di volta in volta, di intervenire sulle diverse dimensioni psicologiche implicate. Ad es., si può intervenire sulla valutazione cognitiva con il self-talk, o con il biofeedback per fornire informazioni sul recupero; si può migliorare la gestione delle emozioni attraverso l’educazione e le visualizzazioni, e, ancora, si può migliorare la motivazione utilizzando la tecnica del goal-setting o tramite il supporto sociale.

L’intervento educativo aumenta la consapevolezza dell’atleta a proposito della propria situazione e fornisce una visione più chiara del processo di riabilitazione: questo permette di mitigare le emozioni negative, ad es. riducendo ansia e depressione, di migliorare la motivazione e la fiducia in sé stessi. 

Un altro intervento che ha importanti ripercussioni sulla motivazione e sull’impegno dell’atleta è quello del goal-setting, risultando uno dei più efficaci per un miglior ritorno alla competizione. Per essere efficace il goal-setting deve avere alcune caratteristiche: 

Un programma basato sul goal-setting riduce l’ansia, migliora il senso di autoefficacia, l’aderenza al programma e fa percepire il trattamento come più efficace.

Un’altra tecnica spesso impiegata nel processo riabilitativo riguarda l’utilizzo delle visualizzazioni. Oltre a promuovere un miglior ritorno alla competizione, il suo impiego facilita il mantenimento delle abilità individuali e tattiche, e aumenta la fiducia in sé stessi. Se utilizzata in associazione con le tecniche di rilassamento (ad es. il rilassamento muscolare) riduce stress e ansia, e migliora le capacità di affrontare il dolore.

Infine, il self-talk, attraverso la ristrutturazione cognitiva, il pensiero positivo e l’automonitoraggio, aiuta l’atleta a riconoscere e modificare i pensieri negativi che potrebbero ostacolare il recupero e aiuta a ridurre le preoccupazioni.

Alvaro Fornasari

Articolo a cura del dott. Alvaro Fornasari psicologo e psicoterapeuta a Vigevano è possibile prenotare un appuntamento presso la sede.

Il dott. Fornasari è iscritto all'albo degli psicologi della regione Lombardia e si occupa professionalmente di Interventi psicologici nell'infortunio sportivo.

In questo articolo vorrei esporvi brevemente alcuni dei modelli psicologici maggiormente utilizzati in fase di riabilitazione in ambito sportivo in seguito a un infortunio. Tra questi troviamo il modello bio-psico-sociale, il modello di valutazione cognitiva, il modello per fasi e il modello motivazionale.

Il modello bio-psico-sociale

Nel modello bio-psico-sociale, l’infortunio e l’outcome del processo riabilitativo vengono caratterizzati attraverso 7 dimensioni: i fattori socio-demografici, i fattori biologici, i fattori psicologici, i fattori sociali e contestuali, i risultati intermedi bio-psicologici e quelli finali post-infortunio. Questi fattori sono relati reciprocamente tra di loro e con i risultati a medio e lungo termine.

Innanzitutto, le dimensioni biologica, psicologica e sociale sono influenzate da diversi fattori (cause, tipo e localizzazione del danno, severità dell’infortunio, storia dell’atleta e dei precedenti infortuni, età, genere, etnia, status socio-economico); a loro volta, queste dimensioni, influenzano i risultati a medio termine come la capacità di movimento, la forza e la resistenza, la percezione del dolore, la lassità articolare e la durata del recupero. Infine, i risultati a medio termine influenzano quelli finali della riabilitazione come le prestazioni funzionali, la qualità della vita post-infortunio, la soddisfazione rispetto al trattamento e il desiderio di tornare a praticare sport.

Modello della valutazione cognitiva

Secondo il modello della valutazione cognitiva, proposto prima da Brewer (1994) e integrato successivamente da Weise-Bjornstal e coll. (1998), la risposta emotiva all’infortunio (ad es., paura, rabbia, tristezza, ansia, ecc.) è influenzata dalla valutazione cognitiva che l’atleta fa della situazione. La valutazione cognitiva, a sua volta, subisce l’influenza dei fattori psicologici, di personalità e situazionali. Una valutazione cognitiva disfunzionale avrebbe esiti negativi sul comportamento dell’atleta e sulla sua aderenza al programma di riabilitazione, inficiando di conseguenza i risultati di quest’ultima.

Modello a stadi

I modelli a stadi postulano che l’infortunio sia seguito da una successione di emozioni e atteggiamenti/attitudini: un po’ come prevedono alcune teorie sul lutto.

Secondo la teoria a stadi denominata “ciclo affettivo dell’infortunio” di O’Connor e coll. (2005) le possibili risposte all’infortunio sarebbero tre: la negazione, l’angoscia e il fronteggiamento. La prima, la negazione, in cui l’atleta rifiuta o nega l’infortunio, risulta essere adattiva nelle fasi iniziali della riabilitazione, ma se dovesse protrarsi anche nelle fasi successive interferirebbe con il processo terapeutico e l’atleta necessiterebbe di un intervento psicologico. L’angoscia deriva invece dalle emozioni negative suscitate dall’infortunio, quali: tristezza, ansia, paura, senso di perdita e dall’alterazione della propria identità di sportivo. Una volta che l’atleta riesce a superare la fase della negazione e a gestire l’angoscia entrerà nella fase del fronteggiamento. Ciò significa entrare in quella fase che permette le migliori condizioni di recupero, attraverso un’adeguata valutazione delle risorse personali, la definizione di obiettivi realistici, una migliore profusione dell’impegno, un’ottimale aderenza al programma riabilitativo e una più efficace cooperazione con il personale medico. 

Modelli motivazionali

La motivazione è un fattore importante in ambito sportivo anche per quanto riguarda gli infortuni, soprattutto nel determinare l’aderenza al programma riabilitativo (Chan e coll., 2011).

Il costrutto dell’autodeterminazione è considerato dagli autori come un continuum ai cui estremi vi sono la demotivazione e la motivazione intrinseca, o autonoma, che è il livello più alto di motivazione ad agire: sono i bisogni interni di competenza, autonomia e relazione a guidare questo tipo di motivazione (Pietrantoni e Prati, 2012). Tra la demotivazione e la motivazione intrinseca ci sono diversi livelli di regolazione (a cui corrispondono diversi gradi di efficacia) dei comportamenti, delle azioni e delle intenzioni ad agire: regolazione esterna, regolazione introiettata, regolazione identificata e regolazione integrata.

Il tipo di motivazione determina la differente reazione al trattamento: ad esempio, un miglioramento della motivazione autonoma aumenta l’impegno, la persistenza e la soddisfazione. Altri fattori positivi di predizione dell’outcome dell’intervento riabilitativo sono il supporto all’autonomia da parte dello staff medico e il supporto sociale.

Sport e disturbi alimentari: alcuni studi (Byrne e McLean, 2002; Sundgot-Borgen e Torstveit, 2004; Torstveit et al, 2008) hanno evidenziato una maggiore prevalenza di Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DAN) nella popolazione adulta di atleti professionisti rispetto ai non atleti e, in particolare, in quegli sport la cui pratica e ideali sono maggiormente “sensibili” al peso e alla forma del corpo (ad es., danza, ginnastica artistica e ritmica).

Inoltre, come nella popolazione normale, la maggioranza sono donne (i risultati di diversi studi attestano la prevalenza di un DAN tra le atlete professioniste tra il 18 e il 28% (Torstveit et al., 2008)) che hanno iniziato a sviluppare il disturbo durante l’adolescenza e, in molti casi, in seguito a una dieta.

Sport e disturbi alimentari nella pubertà

La pubertà può essere un periodo critico dello sviluppo di uno sportivo perché i cambiamenti corporei che avvengono durante questa fase della propria esistenza non sempre ben si adattano alle richieste prestative di un determinato sport e allora si possono subire pressioni dall’esterno (allenatore, preparatore, famigliari) per raggiungere determinati standard; oppure è l’individuo stesso ad avere la sensazione soggettiva che il proprio corpo non si adatti all’ideale specifico dello sport praticato, in questo caso sarà lui stesso a mettersi sotto pressione al fine di raggiungere quello specifico ideale (Drinkwater et al, 2005).

A questo proposito è importante sottolineare che nel mondo dello sport la sempre maggiore e precoce diffusione delle pratiche di specializzazione in un determinato sport, ossia prima della maturazione corporea dei giovani atleti, potrebbe portare a scegliere una pratica sportiva non adatta alle caratteristiche fisiche che si svilupperanno in seguito alla pubertà. Questo è un altro fattore che potrebbe spingere il/la giovane atleta a mettere in atto una serie di comportamenti finalizzati a prevenire o contrastare i naturali cambiamenti fisici che avvengono durante la maturità corporea.

Fattori di rischio associati con lo sviluppo di un Disturbo dell’Alimentazione e della Nutrizione

Generalmente, l’eziologia dei Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione viene ricondotta a un modello multifattoriale in cui determinati e predisponenti fattori biologici (genetica, genere, ecc.), psicologici (perfezionismo, bassa stima di sé, ansia, ecc.) e sociali (media, cultura, stress, ecc.) interagendo con determinate condizioni ambientali (commenti sul peso e la forma corporea, eventi traumatici, ecc.) sarebbero alla base del manifestarsi e del mantenimento dei sintomi.

I rischi sport-specifici

Oltre ai fattori di rischio generali, sopra elencati, gli atleti possono incontrarne di specifici connessi allo sport praticato, come:

Su quest’ultimo punto vorrei soffermarmi un po’ di più dato che la figura dell’allenatore ha un ruolo particolarmente importante per l’atleta.  

L’allenatore

L’allenatore gioca un ruolo importante nella vita sportiva e non dell’atleta. Di conseguenza, la sua attitudine rispetto al peso e alla forma del corpo dell’atleta può avere un forte impatto sul comportamento di quest’ultimo. Può succedere che un atleta inizi una dieta restrittiva su consiglio dell’allenatore di perdere peso e, come sappiamo, iniziare una dieta, ad es. in adolescenza, può essere un trigger per lo sviluppo di comportamenti connessi a un DAN soprattutto in soggetti più sensibili al manifestarsi di tali disturbi.

Ovviamente, questo fatto non vale per tutti gli individui. Il rischio diminuisce nel momento in cui l’atleta viene seguito da persone competenti e adeguatamente formate, invece, aumenta nel momento in cui a questa richiesta del coach si affiancano conoscenza ed educazione alimentare non adeguate che possono tradursi in commenti azzardati sul peso, o disinformazione sul controllo di quest’ultimo, o ancora nella messa in atto di comportamenti inappropriati che possono mettere in pericolo la salute e il benessere dell’individuo (Bonci et al., 2008).

A tal proposito, sarebbe utile che gli allenatori fossero informati rispetto alle caratteristiche di questi disturbi e a delle efficaci strategie di comunicazione così da prevenire e intervenire tempestivamente, con l’aiuto di un esperto, nel caso ce ne fosse bisogno.

Principali tecniche psicologiche nella riabilitazione

Le principali tecniche psicologiche utilizzate nel processo di riabilitazione sono:

Interventi educativi

Tecniche di ristrutturazione cognitiva e self-talk

Goal setting

(Approfondisci il Goal setting)

Imagery

Tecniche di rilassamento e gestione dello stress

Le tecniche di rilassamento sono essenzialmente di due tipi (Arvinen-Barrow w Walhker, 2013):

  1. Somatiche → servono ad allentare le tensioni del corpo: rilassamento progressivo muscolare di Jacobson, controllo del respiro, respirazione diaframmatica e biofeedback.
  2. Cognitive → si basano sull’assunto che la distensione della mente si possa tradurre in un rilassamento del corpo (Hedgpeth e Sowa, 1998) risultando utili per alleviare dolore e stress: training autogeno (Schultz, 1969).

Tecniche psicofisiologiche

Come il biofeedback (Santi e Pierantoni, 2013), permettono, attraverso il monitoraggio di alcune funzioni biologiche (tensione muscolare, ritmo cardiaco, temperatura corporea), di controllare i cambiamenti del sistema nervoso autonomo e i risultati, di contrastare le percezioni falsate e le errate interpretazioni delle risposte corporee (migliorando fiducia e autoefficacia), e di ridurre ansia e preoccupazioni (Brewer, 2009).

(tratto da “Caratteristiche psicologiche correlate alle diverse fasi di recupero dall’infortunio sportivo: revisione critica della letteratura”. C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015).

Quali sono i fattori psicologici che predicono lo sviluppo di un disturbo dell’alimentazione e il suo mantenimento nel tempo?

Sia l’osservazione clinica che la ricerca empirica suggeriscono che i fattori psicologici giocano un ruolo fondamentale nell’eziologia e nel mantenimento delle patologie dell’alimentazione. La ricerca ha evidenziato la presenza di alti livelli di perfezionismo, bassa fiducia nelle relazioni e paura della maturità. I tratti perfezionistici sarebbero alla base della rigidità del comportamento alimentare, dell’eccessiva enfasi posta al raggiungimento dell’ideale di magrezza e di un peggiore esito del trattamento.

La sfiducia nelle relazioni interpersonali interferirebbe con la possibilità di avere relazioni significative e di poter esprimere i propri sentimenti agli altri, con la conseguente difficoltà nell’autoregolazione delle emozioni negative. La paura della maturità rifletterebbe la difficoltà ad assumersi le responsabilità dell’età adulta e il desiderio di non abbandonare le sicurezze dell’infanzia.

In uno studio del 2013 Holland L. A. et al. hanno indagato come perfezionismo, bassa fiducia nelle relazioni e paura della maturità possano essere predittori dell’insorgenza e del mantenimento di un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione a 10 anni di distanza.

I risultati hanno confermato l’importante ruolo dei fattori psicologici come possibili fattori di rischio per l’insorgenza di una patologia dell’alimentazione. Nello specifico, i risultati, hanno avvalorato la tesi secondo cui la paura della maturità sia un importante predittore del manifestarsi di un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione sia in adolescenza che in età adulta: la fascia di età a maggiore rischio sarebbe quella che va dai 20 ai 30 anni.

Generalmente, in questo periodo, l’individuo si trova a dover affrontare una serie di cambiamenti (ad es. andare a vivere da solo, cercare un lavoro, il matrimonio, la maternità/paternità, ecc.) che possono portare a una perdita di stabilità personale o di familiarità con la propria esistenza. Da questo punto di vista, il disturbo può configurarsi come un tentativo disfunzionale di recuperare il controllo e di regolazione emotiva. Invece, per quanto riguarda l’influenza della sfiducia interpersonale il suo effetto riguarderebbe solamente l’insorgere della malattia.

Solamente il perfezionismo è risultato essere un fattore di rischio per il mantenimento del disturbo. Gli autori sottolineano come quest’ultimo aspetto sia fondamentale per l’intervento con questi disturbi: un lavoro sul perfezionismo dovrebbe essere uno dei principali target sia per quanto riguarda la prevenzione che la terapia in questo ambito.

In sintesi, alcuni fattori psicologici contribuiscono in maniera differente all’insorgenza e al mantenimento delle patologie alimentari. Perfezionismo, sfiducia nelle relazioni interpersonali e paura della maturità risultano essere predittori per l’insorgere del disturbo, ma solamente il perfezionismo per il suo mantenimento.

Contenuti dell'articolo

La risposta emotiva nell’infortunio: quali sono i principali fattori psicologici che influenzano l’esperienza dell’infortunio?

Wiese-Bjornstal (1998) ha proposto un modello (Fig. 1) per la comprensione del processo di risposta emotiva e psicologica all’infortunio. Secondo tale modello, la risposta psicologica all’infortunio e al processo riabilitativo dipende dalla valutazione cognitiva a cui vengono sottoposti due ordini di fattori: personali e situazionali.

La risposta emotiva nell’infortunio i fattori personali

I primi si dividono a loro volta in quattro categorie e riguardano:

  1. Infortunio: storia, severità, cause percepite e stato della guarigione.
  2. Differenze individuali: psicologiche, di personalità, percezione di sé stessi, motivazione, tolleranza al dolore, livello di atletismo, capacità di coping (ossia di fronteggiare la situazione), storia dei fattori di stress e umore.
  3. Caratteristiche demografiche: genere, età, etnia, stato socio-economico ed esperienze sportive precedenti.
  4. Caratteristiche fisiche: utilizzo di aiuto ergogenico (ossia fattori esterni che permettono di migliorare la prestazione o il recupero, possono essere meccanici, farmacologici, fisiologici, nutrizionali o psicologici) e disturbi dell’alimentazione e della nutrizione.

I fattori situazionali

Mentre, quelli situazionali si dividono in:

  1. Sport: quale, livello di partecipazione, periodo della stagione e pratica vs competizione.
  2. Sociali: influenza dei compagni di squadra, influenza dell’allenatore, dinamiche familiari, influenze del team medico, supporto sociale e tipo di etica/filosofia sportiva.
  3. Ambiente: tipo di riabilitazione e possibilità di accesso alla riabilitazione.

Valutazione cognitiva

La valutazione cognitiva, da cui poi dipenderanno le risposte emotive e comportamentali, consiste in: regolazione dell’obiettivo, valutazione delle possibilità di recupero, credenze e attribuzioni (rispetto all’infortunio e al recupero), percezione di sé stessi, senso di perdita e dolore, e capacità cognitive di coping.

Secondo questo modello la valutazione del danno causato dall’infortunio riveste un ruolo cruciale nell’influenzare la risposta emotiva e comportamentale durante il processo riabilitativo.

Risposta fisiologica agli infortuni sportivi

Figura 1. Modello integrato di descrizione della risposta psicologica agli infortuni sportivi e al processo di riabilitazione (Wiese-Bjornstal, 1998).

Altri fattori che influenzano la risposta emotiva nell’infortunio e nel processo riabilitativo.

Altri fattori che influenzano il processo riabilitativo e l’infortunio sono i tempi di recupero e il modo in cui si affrontano queste esperienze: se considerati come un ostacolo da superare e un’esperienza da cui trarre degli insegnamenti che possono migliorare la conoscenza che si ha di sé stessi, sia come persona che come atleta, l’esito della riabilitazione sarà migliore e i tempi di recupero più brevi.

L’accettazione precoce dell’infortunio e un atteggiamento proattivo, uniti a una buona conoscenza delle conseguenze legate al trauma e di che cosa comporterà il percorso riabilitativo possono contribuire a dissipare i pensieri e le risposte emotive negative.

Dalla letteratura emerge che le principali paure legate a un infortunio riguardano la perdita d’indipendenza, della propria posizione all’interno della squadra, della forma fisica, di dover chiedere aiuto e della propria identità di sportivo.

Al tema dell’identità sono strettamente legati quelli di fragilità e vulnerabilità che risultano esserne una componente importante nella sua strutturazione. L’emergere di questi sentimenti va a intaccare quelle componenti, quali stima di sé, sicurezza, autoefficacia, consapevolezza delle proprie capacità, che giocano un ruolo importante nei livelli di impegno e prestazione dell’atleta.

risposta emotiva nell’infortunio e percezione di controllo

Un altro aspetto importante legato al processo di recupero è determinato dalla percezione di controllo e responsabilità personali rispetto alle possibilità di recupero. In altre parole, un outcome positivo può dipendere in buona parte da quanto l’atleta sente ed è convinto che il buon esito della riabilitazione dipenda da lui.

McDonald e Hardy (1990) suggeriscono che la riabilitazione sia un processo attivo che impegna gli atleti in una serie di compiti sottolineando così l’importanza di mantenere a un buon livello la motivazione e il focus dell’attenzione sul processo di guarigione.

Altri fattori positivi riguardano il supporto sociale, quello dello staff medico, l’affrontare l’infortunio come un’opportunità per conoscere meglio sé stessi.

Uno degli aspetti emotivamente più difficili nell’affrontare l’infortunio e la riabilitazione concerne l’aderenza alle pratiche riabilitative. Spesso rimanere ingaggiati nel percorso riabilitativo può essere difficile per una serie di motivi e questo può portare a perdita di motivazione, o a non curarne tutti gli aspetti, oppure, una volta che ci si sente meglio, ad abbandonarlo prima che sia terminato con conseguente aumento del rischio di ricadute.

Conclusioni

In sintesi, l’influenza principale del modo di pensare e comportarsi dell’atleta rispetto alla risposta emotiva è determinata dai livelli di concentrazione e di impegno profusi nella riabilitazione, dal tipo di atteggiamento nei confronti della possibilità di ottenere un pieno recupero (ottimismo vs pessimismo). La risposta emotiva dipende dalla capacità di mantenimento della propria stabilità personale, dalla valutazione della situazione, dalla ricerca di supporto sociale, dalla proattività e positività con cui si affrontano infortunio e processo riabilitativo e dal considerare quest’ultimi come delle sfide da affrontare che permetteranno di conoscere meglio sé stessi.

In psicologia dello sport l’infortunio viene considerato un evento critico che può essere determinante per la carriera e il benessere di un atleta. In quest’ottica, diventa importante la sua gestione e quella del periodo di inattività. Secondo Hell e Schulte (2014) l’infortunio si definisce come la risultante di un avvenimento causato da diversi fattori, di tipo bio-psico-sociale, che necessita di un approccio olistico e multidisciplinare (o ancora meglio interdisciplinare) comprensivo sia delle funzioni fisiche sia dei fattori emotivi e cognitivi (in C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015).

Il recupero da un infortunio

Di conseguenza, il recupero da un infortunio è determinato sia dagli aspetti fisici che da quelli psicologici e una sua gestione ottimale implica un’integrazione interprofessionale tra diversi professionisti.

Secondo Pollog (2014) sono quattro le aree personali che vengono coinvolte in un infortunio:

  1. Benessere fisico: dolore, restrizioni temporanee dei movimenti, possibilità di cambiamenti permanenti;
  2. Benessere emotivo: emozioni negative e positive, gestione dell’ansia;
  3. Benessere sociale: perdita del ruolo (importante per l’identità), allontanamento dall’ambiente sportivo, nuove relazioni;
  4. Del Sé: alterazione della propria immagine, minaccia ai propri obiettivi, scoperta della propria vulnerabilità e fragilità, consapevolezza dei limiti fisici, diminuzione della stima di sé e dell’autoefficacia.

Infortunio e caratteristiche personali

Generalmente, l’esperienza vissuta dalla persona è quella di una perdita che è influenzata dalle caratteristiche personali:

Oltre a queste caratteristiche, l’esito della fase riabilitativa ed il successivo ritorno all’attività e alla competizione saranno condizionati da come l’atleta risponderà all’infortunio. Mi preme qui sottolineare che l’intervento dello psicologo dello sport non riguarda solamente la fase post-infortunio, ma include anche gli aspetti legati alla prevenzione e riduzione del rischio.

L’intervento

L’intervento si articola lungo tre fasi in successione temporale: fase acuta post-infortunio, di riabilitazione e di ritorno all’attività. Per ognuna dii esse si possono individuare varie dimensioni psicologiche e specifiche tecniche d’intervento.

Fase acuta post-infortunio

In questa fase le risposte emotive possono essere di rabbia, tristezza, umore depresso, frustrazione, senso di colpa, senso di solitudine, apatia, preoccupazione generale e ansia, paura, comportamento scontroso e sbalzi d’umore, dubbi, sfiducia, percezione d’incapacità e smarrimento connessi al dover affrontare una nuova situazione. Potrebbe anche configurarsi come un evento positivo perché potrebbe determinarsi come un momento di pausa da un periodo di forte stress o come una scusa per abbandonare l’attività (C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015).

Sul versante cognitivo si possono avere fenomeni di castrofizzazione, over-generalizzazione, colpevolizzazione verso sé stessi o altri, personalizzazione, negazione e non accettazione della propria vulnerabilità e fragilità (Brewer, 2009; Tracey, 2010).

Fase di riabilitazione

Gli esiti della riabilitazione dipendono dall’interazione, dinamica e modificabile, di fattori biologici, psicologici e sociali (modello bio-psico-sociale, Brewer, Andersen e Van Raalte, 2002; C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015). Possono essere connessi a un esito positivo o negativo. I primi riguardano l’aderenza al programma riabilitativo, la motivazione intrinseca, la tolleranza al dolore, la forza mentale (mental toughtness), la percezione di gravità dell’infortunio, il senso di autoefficacia e la percezione di supporto sociale. Mentre, i secondi ineriscono i disturbi dell’umore e la paura di infortunarsi nuovamente.

Fase di ritorno all’attività sportiva

Il ritorno all’attività sportiva è determinato da variabili fisiche, demografiche e psicologiche. Le principali, fisiche e demografiche, sono le caratteristiche della lesione, il tipo, le cause, la gravità dell’infortunio, l’età, il sesso, l’origine etnica e lo status socio-economico. Quelle psicologiche riguardano la motivazione, la stima di sé stessi, il fatto di considerare l’infortunio come una sfida da superare, la paura di una ricaduta e di non riuscire a raggiungere i livelli prestazionali pre-infortunio (C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015). Potrebbe capitare che recupero fisico e psichico non procedano di pari passo, questo spiegherebbe quelle situazioni in cui nonostante il totale recupero fisico l’atleta non si sente pronto al rientro.

Intervento psicologico in fase di infortunio

Riassumendo, affinché l’intervento psicologico in fase di infortunio sia efficace e favorisca il miglior outcome possibile deve essere strutturato sulle caratteristiche personali dell’atleta (Hedgpeth e Sowa, 1998) e deve prendere in considerazione diversi aspetti coinvolti dall’infortunio: personali, cognitivi, emotivi, identitari, sociali, esistenziali ed esperienziali. L’obiettivo dell’intervento psicologico in fase riabilitativa è quello di agire sull’umore, fornire capacità di coping proattivo, migliorare l’efficacia percepita, eliminare i pensieri negativi e svilupparne di positivi (Driediger, Hall e Callow, 2006; in C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015). Inoltre, favorisce il mantenimento della motivazione, dell’impegno e l’aderenza ai protocolli di trattamento (Weinberg e Gould, 2010; in C. Conti, S. di Fronso e M. Bertollo, 2015).

Il goal setting (definizione degli obiettivi) è una tecnica utilizzata in psicologia dello sport che permette di migliorare le prestazioni in ambito sportivo, il benessere psicofisico dell’atleta e di soddisfare i bisogni psicologici di base. Un obiettivo è generalmente definito come lo stato finale che un individuo si impegna a raggiungere o evitare (Moskovitz, 2012). In ambito sportivo, riguarda lo scopo che un atleta cerca di realizzare in un determinato periodo di tempo (Weinberg, 2013).

Goal setting: obiettivi a breve, medio e lungo termine

Gli obiettivi, temporalmente, possono essere definiti a breve, medio e lungo termine e possono riguardare:

Gli obiettivi di prestazione e processo risultano essere maggiormente controllabili rispetto a quelli di risultato e questo ha importanti conseguenze sul loro raggiungimento, sulla fiducia in sé stessi e sulle proprie capacità, sulla soddisfazione personale e sulla motivazione.

Obiettivi SMARTS e Goal setting

Secondo Weinberg e Gould (2019) per essere efficace gli obiettivi dovrebbero essere SMARTS (acronimo inglese), ossia:

S → specifici

M → misurabili

A → orientati all’azione

R → realistici

T → temporalmente determinati

S → definiti o accettati dall’atleta

Psicologia e obiettivi

Quali influenze ha la definizione degli obiettivi sugli aspetti emotivi, cognitivi e comportamentali dell’individuo?

Secondo Locke e Latham (1981) sono quattro i meccanismi attraverso i quali gli obiettivi possono aiutare a migliorare la prestazione:

  1. Permettono di dirigere l’attenzione e le energie verso le attività rilevanti per il loro raggiungimento a discapito di quelle irrilevanti
  2. Consentono la messa in atto di un impegno maggiore per l’ottenimento di obiettivi più impegnativi
  3. Influenzano la persistenza nel compito
  4. impattano sull’acquisizione e l’utilizzo di strategie e conoscenze rilevanti per l’esecuzione del compito e sulle abilità di problem solving

Fattori personali e prestazioni

Quali sono i fattori personali che influenzano la prestazione e la definizione degli obiettivi?

Sono diversi i fattori che influenzano la definizione degli obiettivi: differenze individuali, contestuali, ambientali e le caratteristiche degli obiettivi perseguiti: ad esempio l’importanza data al raggiungimento del compito, la sua difficoltà (se è percepita eccessiva o troppo facile), la percezione della possibilità e capacità di riuscire a raggiungere l’obiettivo, il feedback da parte di allenatore, amici o familiari, ecc. Tutti questi fattori hanno importanti influenze sulla prestazione, sull’impegno e la costanza profusi, sul senso di autoefficacia, sulla probabilità di raggiungimento dei/l propri/o obiettivi/o, sul benessere psicofisico e sulla motivazione.

Goal setting e il ruolo dell’allenatore

Un ruolo fondamentale sulle motivazioni alla base del perseguimento degli obiettivi degli atleti è svolto dall’allenatore. Infatti, la ricerca ha dimostrato che quando quest’ultimi utilizzano un approccio orientato a supportare l’autonomia dell’atleta (ad es. attraverso la libertà di scelta, il riconoscimento della prospettiva dell’atleta, ecc.) e mitigano l’uso di comportamenti controllanti (ad es. minacce e/o punizioni) quest’ultimo sarà più propenso a impegnarsi e persistere nel lavoro per raggiungere il proprio obiettivo perché sente proprie e autonome le ragioni per cui lo fa (L. Healy, A. Tincknell-Smith and N. Noumanis, 2018).

In conclusione, il raggiungimento di un obiettivo non riguarda solamente vincere una gara o un trofeo, ma lo sviluppo degli elementi tecnici, tattici, fisici e mentali raggiungibili attraverso l’allenamento al fine di creare le migliori condizioni possibili per ottenere i risultati desiderati (Gramaccioni, 2020).

Fattori psicologici e rischio di infortunio: tra i fattori psicologici che non sono collegati al rischio d’infortunio troviamo quelli di personalità (ad es. introversione/estroversione, perfezionismo, ecc.) e altri come il supporto sociale, la motivazione, ecc. Il fattore psicologico per cui è stata dimostrata una maggiore relazione con il rischio d’infortunio è lo stress.

Ci si ritrova in una condizione di stress ogni qualvolta le richieste della situazione che stiamo affrontando eccedono le nostre risorse. Secondo questa prospettiva, gli atleti che subiscono eventi di vita particolarmente stressanti a fronte di scarse abilità di coping (modo in cui le persone rispondono e fronteggiano situazioni avverse e sfidanti) rischiano maggiormente di subire un infortunio a causa del conseguente calo dell’attenzione e aumento della distraibilità che interferiscono con la prestazione dell’atleta.

Inoltre, lo stress aumenta la tensione muscolare e le difficoltà di coordinazione che accrescono a loro volta il rischio di infortunio. L’utilizzo di tecniche di gestione dello stress e di rilassamento muscolare aiutano a diminuire il tasso d’incidenza degli infortuni.

Reazioni psicologiche all’infortunio

Non esiste una sequenza standard di risposta agli infortuni da parte degli atleti. La reazione psicologica dipenderà molto da fattori individuali, ad esempio il significato che acquisisce l’infortunio per l’atleta, o l’importanza a livello identitario che ha praticare sport per l’individuo, ecc.

Generalmente, le risposte emotive a un infortunio comprendono: tristezza (nei casi più gravi depressione), sentimenti di isolamento, irritazione, mancanza di motivazione, frustrazione, rabbia, alterazioni del ritmo sonno-veglia e dell’alimentazione, e sentimenti di disimpegno.

Aspetti psicologici della riabilitazione

Gli antecedenti psicologici e le reazioni emozionali giocano un ruolo chiave nel processo riabilitativo, sia in senso positivo che negativo. Dunque, risulta necessario includere questi aspetti nel trattamento dell’atleta infortunato.

Diversi studi hanno evidenziato come l’uso di strategie psicologiche quali il goal-setting, il self-talking, la ristrutturazione cognitiva e la visualizzazione siano associate a un recupero più rapido. Inoltre, queste strategie possono essere utili perché diminuiscono lo stress, aumentano i meccanismi di coping e il supporto sociale.

D’altro canto, la riabilitazione può essere inficiata da reazioni psicologiche ed emotive negative come la possibile frattura identitaria conseguente all’infortunio, paura, ansia e perdita di fiducia in sé stessi.

Fattori psicologici e rischio di infortunio

Vi sono degli indicatori emotivi, cognitivi e comportamentali che possono fungere da cartina da tornasole per comprendere la bontà della risposta dell’individuo all’infortunio (possono variare d’intensità e qualità durante il percorso riabilitativo):

Trattamento degli atleti infortunati

Infine, nel trattamento degli atleti infortunati è utile tenere in considerazione una serie di aspetti:

In conclusione, i fattori psicologici hanno un ruolo importante nell’insorgere degli infortuni, nel processo riabilitativo e nell’outcome di quest’ultimo. Di conseguenza, vanno tenuti in forte considerazione nel percorso di cura.

Dal 25 luglio, fino al 24 ottobre, è possibile fare richiesta del bonus psicologo. La richiesta deve avvenire tramite il portale dell’INPS (https://www.inps.it/) compilando l’apposito modulo

Per poter accedere al servizio è necessaria l’autenticazione digitale con SPID (Identità digitale), CIE (Carta d’identità elettronica), PIN o CNS (Carta Nazionale dei Servizi): per sapere chi può richiederlo e le norme attuative visita il link https://www.psicologovigevano.com/bonus-psicologo-le-norme-attuative/

Una volta concluso il periodo di presentazione delle domande l’Inps redigerà le graduatorie, comunicherà un codice univoco (da comunicare successivamente al professionista scelto)che attesterà l’accoglimento della domanda e specificherà l’importo totale, che va da un minimo di 200 a un massimo di 600 euro (l’importo massimo utilizzabile per una singola seduta è di 50 euro), di cui si potrà beneficiare. Il bonus dovrà essere utilizzato entro 180 giorni dalla data di accoglimento della domanda. 

Gli elenchi dei professionisti che avranno aderito al bonus saranno visibili, solo ai cittadini beneficiari, direttamente sul portale dell’INPS.

Importante, dato che il fondo è limitato (20 milioni di euro), le graduatorie sono a scorrimento fino ad esaurimento fondi. Dunque, non tutti potranno beneficiarne, si stima che avranno accesso all’iniziativa circa 16 mila cittadini. Inoltre, in caso di non utilizzo del bonus entro 180 giorni dalla data di accoglimento della domanda il codice univoco verrà automaticamente annullato e l’importo non utilizzato verrà riassegnato a nuovi beneficiari nel rispetto delle graduatorie.

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Dott. Alvaro Fornasari Psicologo
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