Volevo essere una farfalla

Volevo essere una farfalla

Di Michela Marzano

“L’anoressia non è come un raffreddore. Non passa così, da sola. Ma non è nemmeno una battaglia che si vince. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. Io non sono morta. Oggi ho quarant’anni e tutto va bene. Perché sto bene. Cioè… sto male, ma male come chiunque altro. ed è anche attraverso la mia anoressia che ho imparato a vivere. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente.”

Volevo essere una farfalla è un racconto autobiografico. L’autrice, professore ordinario di Filosofia Morale e Politica all’’Università di Parigi, racconta la propria storia caratterizzata dalla “battaglia” con l’anoressia. Narra del cammino intrapreso attraverso la sofferenza, intima ed individuale, da cui non si guarisce: un percorso di assunzione di responsabilità e comprensione che la porterà ad accettarla e farsene carico. 

La farfalla come metafora della leggerezza in contrapposizione ad un’esistenza e a un rapporto con il padre che opprimono e “appesantiscono”.

L’anoressia è solo il sintomo che origina da un malessere più profondo che scaturisce dall’esistenza e dai modi di essere-nel-mondo dell’autrice che ruotano attorno ai temi dell’ “essere e il dovere essere” perfetta, della costante ricerca della perfezione, la paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, il controllo e il rapporto con il proprio corpo.

Psicoterapia

Psicoterapia

Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica

Lo scopo della psicoterapia consiste nella trasformazione di Sé. Essa è un’esperienza relazionale, tra psicoterapeuta e paziente, che ha l’obiettivo, attraverso il coinvolgimento attivo e responsabile dell’individuo, di trasformare i propri modi di essere (disfunzionali e/o patologici) e di conseguenza anche quelli di fare esperienza.

Ripercuotendosi sulla vita stessa, l’esperienza della psicoterapia, dovrebbe tradursi in nuove prassi di sé e, di conseguenza, in nuovi progetti esperienziali, conducendo l’esistenza verso una forma migliore. L’implicazione interessante di tale definizione è che l’intervento psicoterapeutico non riguarda solo quelle persone che manifestano dei disturbi, ma si estende anche a quegli individui che si trovano ad affrontare dei dilemmi esistenziali, caratterizzati da senso di inadeguatezza e incertezza, che riguardano la loro identità (chi sono?, chi voglio essere?) e i loro progetti di vita (cosa devo fare? È l’uomo/donna giusto/a per me?, ecc.), o che vogliono intraprendere un percorso di crescita personale (empowerment).

L’approccio cognitivo neuropsicologico si basa su due fondamenti teorici.

A) interdisciplinarità e scientificità, la PCN fonda la propria teoria e la propria procedura clinica su risultati sperimentali e clinici afferenti da diverse discipline (neuroscienze, fenomenologia, psicologi del Sé, antropologia, psichiatria, ecc.) che permettono l’emergere di un quadro teorico complesso e interdisciplinare che consente una migliore comprensione dell’individuo;

B) rispetto dell’individualità, attraverso l’utilizzo del metodo ermeneutico-fenomenologico evita di ridurre l’esperienza individuale e la soggettività della persona a un modello teorico ideale tipico delle scienze psicologiche che tende a oggettivare la persona eliminandone l’individualità. 

Il percorso terapeutico

Generalmente, i primi colloqui si concentrano sull’approfondimento delle problematiche portate dal paziente, che tendenzialmente riguardano i sintomi o le difficoltà incontrate nella propria esistenza, e su una prima rifigurazione (apertura di nuove possibilità di senso) del testo portato in seduta dalla persona: questo permette una prima riappropriazione identitaria della propria esperienza che pone le prime basi per il cambiamento e la trasformazione di Sé.

Dopodiché, ove possibile, si concorderanno gli obiettivi, modalità e tempi con cui raggiungerli. Di prassi, assegno dei compiti per casa (diario, compiti esperienziali) che hanno lo scopo di permettere di lavorare sull’esperienza fattuale e far sperimentare all’individuo esperienze potenzialmente terapeutiche. 

Riferimenti

Liccione, D. (2019). Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica. Nuova edizione ampliata, rivista e aggiornata. Torino: Bollati Boringhieri.

www.slop.it 

L’impatto psicologico della quarantena

L’impatto psicologico della quarantena

La quarantena è un periodo di segregazione e restrizione del movimento, di conseguenza della libertà, delle persone potenzialmente esposte a una malattia infettiva che ha lo scopo di accertare se tali individui si ammalano e di ridurre il rischio di contagio. La separazione dai propri cari, l’isolamento, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato di malattia, la noia, ecc., fanno della quarantena un’esperienza che mette a dura prova la propria stabilità personale. L’attuale situazione, causata dal diffondersi del COVID-19, ha spinto diversi studiosi ad approfondire i possibili risvolti psicologici che una tale condizione può provocare. In uno studio, recentemente pubblicato su The Lancet, sono stati esaminati i risultati di alcuni studi effettuati in situazioni simili a quella attuale dove erano state imposte simili misure di contenimento dell’epidemia, come per la sindrome respiratoria acuta grave (SARS, 2003) o quella di Ebola nel 2014. 

Da  questo studio emerge che la quarantena ha importanti effetti psicologici negativi. Per il personale ospedaliero, oltre a contribuire al manifestarsi di ansia, irritabilità, insonnia e deterioramento delle prestazioni lavorative, è risultato essere il fattore più predittivo per lo sviluppo di disturbi post-traumatici da stress e/o depressivi a breve termine. Mentre, a lungo termine, potrebbe portare all’abuso di alcol, dipendenze e l’evitamento di situazioni di possibile contagio (ad es. ad evitare il contatto coi pazienti). In generale, le persone sottoposte a tale misura di contenimento tendono a manifestare paura, nervosismo, confusione, rabbia, ansia, irritabilità, insonnia, frustrazione e sintomi depressivi e/o post-traumatici da stress. 

I fattori che più influiscono sugli esiti negativi della quarantena riguardano la durata, l’imposizione della riduzione di libertà, la paura per la propria salute e di infettare i propri cari, la perdita della routine, il ridotto contatto sociale e fisico, l’inadeguatezza di materiale sanitario e di prima necessità, e informazioni inadeguate rispetto alle linee guida sulle azioni da intraprendere, lo scopo della quarantena, sul livello di rischio, sul differente contenuto dei messaggi delle autorità, sia sanitarie che politiche, e sulla gravità della pandemia. Per quanto riguarda l’influenza dei fattori socio-demografici (età, genere, stato civile, grado d’istruzione, ecc.) sulla risposta psicologica alla quarantena i risultati delle varie ricerche sono contrastanti. 

In conclusione, alla luce di questi risultati e allo scopo di ridurre gli effetti psicologici negativi della quarantena, gli autori consigliano: 

  • di fornire un’informazione chiara, rapida ed efficace al fine di far comprendere alle persone al meglio la situazione;
  • di non far mancare materiale sanitario e beni di prima necessità;
  • di far durare la quarantena il minor tempo necessario, ossia lo stretto indispensabile, e di non modificarne la durata se non in condizioni estreme;
  • riuscire a promuovere e a far aderire gli individui a una quarantena volontaria, che rispetto a quella imposta, si associa a minor stress e complicazioni a lungo termine;
  • fornire strumenti e proporre attività che riducano la noia e l’isolamento sociale che sono spesso associati a maggior frustrazione e rabbia.

Ovviamente, come per ogni ricerca di questo tipo vanno tenuti in giusta considerazione i limiti e le differenze culturali, contestuali e individuali che possono influenzare in maniera diversa le risposte a una siffatta condizione.

Brooks, S., K., et al. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, P912-920, doi:10.1016/S0140-6736(20)30460-8

Lutto e perdita

Lutto e perdita

Il lutto è quella condizione esistenziale in cui si prova un sentimento di intenso dolore in seguito alla “perdita”. 

Di solito, in ambito psicologico, tale evento, viene ricondotto alla scomparsa di una persona cara, a cui si è affettivamente legati, viene affrontato alla luce del tipo di relazione che si intratteneva con il defunto e della sintomatologia che ne consegue.

Questo modo di affrontare tale fenomeno, che è connaturato all’esistenza umana, può avere gravi ripercussioni sul benessere psicofisico dell’individuo, in quanto,  indirizza verso una patologizzazione della persona. Infatti, sintomi quali umore depresso, incapacità di sentire piacere, perdita di appetito, incapacità di concentrarsi, insonnia, ecc., che si sviluppano comunemente nelle persone colpite da lutto possono essere identici a quelli dei disturbi depressivi: il rischio potrebbe essere quello di confondere una normale risposta di tristezza con un disturbo (per approfondimenti https://www.psicologovigevano.com/tristezza-o-depressione/). A questo proposito, anche il DSM 5 esclude dalla definizione di Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) le condizioni conseguenti alla morte di una persona cara, in quanto considerate risposte normali a tale situazione (vedremo in seguito quando tale risposta non si configura più come normale ma diventa un vero e proprio disturbo).

Secondo Horwitz e Wakefield (2007), il sentimento di tristezza che emerge in seguito a una perdita è di intensità, intesa come la “quantità” di sofferenza e di sintomi che si manifestano come conseguenza del lutto, proporzionata all’importanza e alla centralità della persona scomparsa, dura per qualche tempo e, poi, a poco a poco cala quando il soggetto si adatta al cambiamento. Tale definizione ci permette di comprendere meglio come mai alcune persone rispondono in modo diverso al lutto. I fattori che influenzano le reazioni individuali riguardano il contesto culturale, ossia il modo in cui è regolata l’espressione del cordoglio, le circostanze (morte improvvisa o prevedibile), il temperamento individuale, la qualità, l’intimità e la durata della relazione che si intratteneva con il/la defunto/a.

Altri importanti fattori che influiscono sulla risposta emotiva riguardano il carico di assistenza prima della morte e il perdurare delle circostanze che la seguono. Nel primo caso, le persone, che hanno dovuto affrontare casi di lunga e debilitante malattia del partner, riportano livelli minori di sofferenza. Infatti, in queste circostanze, la morte può arrecare sollievo e liberazione da una situazione stressante in cui ci si sentiva intrappolati. Mentre, nel secondo, la permanenza della sofferenza dipende dalle ripercussioni a livello sociale ed economico prodotte dalla scomparsa della persona e dalle risorse disponibili per affrontare la perdita. Questi elementi sono di cruciale importanza nella valutazione delle condizioni individuali in seguito a un lutto, in quanto, una più duratura risposta di dolore potrebbe dipendere dal perdurare della situazione di stress e dal conseguente maggiore impatto negativo di questa (Horwitz e Wakefield, 2007).

In sintesi, le risposte di tristezza che scaturiscono da un lutto sembrano destinate a risolversi con il passare del tempo. Infatti, solo una piccola percentuale, che si attesta tra il 10 e il 20%, delle persone manifesta sintomi gravi, che soddisfano i criteri per un disturbo depressivo, gli altri recuperano il proprio equilibrio adattandosi alla perdita. 

I dati ci permettono di supportare la conclusione che, anche se un numero (42%) cospicuo di reazioni al lutto soddisfano i criteri diagnostici del disturbo depressivo per sintomatologia e durata, nella grande maggioranza esse sono risposte normali passeggere alla perdita, con solo una piccola parte che divengono condizioni croniche qualificabili come disturbi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Quando il proprio stato di sofferenza può essere considerato un vero disturbo e non più una risposta naturale?

Vi è una modesta percentuale, circa il 10%, di persone che, in seguito a un lutto, sviluppano vere e proprie forme depressive croniche. Sono quegli stati patologici che costituiscono il Complicated Grief, riconosciuti dal DSM come forma di disturbo, e che possono comportare un quadro di inibizione motoria, ideazione psicotica intensa, o gravi sintomi che durano nonostante il passare del tempo e il mutare delle circostanze.

In conclusione, si può affermare che il lutto è una condizione normale dell’esperienza umana e che la conseguente risposta di tristezza, che si innesca al fine di farvi fronte, si risolve con il passare del tempo: non va considerata un disturbo tranne che in situazioni particolari. L’importanza di tale punto di vista risiede nel fatto che etichettare tali risposte come disturbi ha notevoli implicazioni negative. Infatti, è stato dimostrato che gli interventi come la consulenza che inducono le persone a rendere coscienza dell’evento luttuoso non si sono rivelati molto efficaci e possono essere dannosi (Horwitz e Wakefield, 2007).

Il tema della perdita non riguarda solamente la scomparsa di una persona a cui si è affettivamente legati, ma può anche essere inerente alla fine di una relazione, o al non raggiungimento di un obiettivo, di un ideale, di un’aspirazione. Tutte queste situazioni possono innescare gli stessi sentimenti che scaturiscono da un lutto e provocare nell’individuo le stesse reazioni della perdita che possono portare a un umore depresso, nonché senso di vuoto, impotenza, rabbia, angoscia e forte ansia. L’entità e la durata dello stato di malessere, in queste circostanze, dipende dalle risorse individuali e dalla capacità della persona di riposizionarsi rispetto a ciò che gli è accaduto ritrovando così un equilibrio. Cambia il rapporto con gli altri e il proprio essere nel mondo si modifica: si pensa che nessuno possa essere d’aiuto, che il mondo ce l’abbia con noi, calano la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità.

A differenza di quanto succede per il lutto, in questi casi l’aiuto di un esperto è auspicabile e utile.

I fattori che influiscono sul benessere psicologico all’inizio del diffondersi di una epidemia.

I fattori che influiscono sul benessere psicologico all’inizio del diffondersi di una epidemia.

Di recente, in Cina, è stato pubblicato uno studio il cui scopo era quello di indagare la reazione psicologica e i fattori ad essa associati nella prima fase della diffusione dell’epidemia da Coronavirus (COVID-19). Nello specifico, gli autori si sono proposti l’obiettivo di stabilire la prevalenza dei sintomi psichiatrici e di individuare i fattori di rischio e protettivi per lo stress psicologico. Dai risultati è emerso che A) più della metà degli intervistati ha subito un contraccolpo psicologico di livello moderato o grave, B) un terzo presentava sintomi depressivi, uno su sei sintomi legati all’ansia e circa uno su dieci sintomi connessi allo stress.

I risultati di questo studio hanno messo in evidenza importanti implicazioni, sia cliniche che politiche, che le autorità governative e sanitarie dovrebbero tenere in considerazione  per ridurre l’impatto psicologico causato dal diffondersi dell’epidemia.

Innanzitutto, la necessità di identificare, attraverso le informazioni socio-demografiche, i gruppi a più alto rischio (ad es. il genere femminile sembrerebbe essere maggiormente sensibile allo sviluppo di condizioni connesse ad ansia, depressione e stress) e fornire loro un precoce intervento di sostegno psicologico. Un altro gruppo che necessità di un intervento mirato è quello degli studenti, infatti, la chiusura delle scuole, l’impossibilità di seguire le lezioni e frequentare i compagni potrebbe avere conseguenze considerevoli sulla salute mentale dei ragazzi. 

La necessità di identificare i bisogni psicologi ed esistenziali risulta essere un’azione rilevante anche per quella parte di popolazione che manifesta sintomi fisici, riconducibili al contagio da COVID-19, o che è affetta da patologie croniche: una delle principali preoccupazioni riguarda gli altri componenti della famiglia, in particolare i bambini. 

Inoltre, governi, autorità sanitarie e, soprattutto, mass-media dovrebbero fornire informazioni sanitarie accurate ed evitare o contrastare la mala-informazione. Infatti, un’alta soddisfazione per le informazioni ricevute è associata a un impatto psicologico minore e a livelli più bassi di ansia, stress e depressione. Un altra importante azione, che migliora la risposta psicologica e riduce gli effetti dell’epidemia fornendo maggiore senso di protezione e sicurezza, riguarda l’utilizzo di alcune misure protettive come lavarsi le mani e utilizzare le mascherine. 

In conclusione, da una parte, il genere femminile, lo status di studente e specifici sintomi fisici sono associati a un maggiore impatto psicologico e a più alti livelli di stress, ansia e depressione durante il diffondersi dell’epidemia. Dall’altra, informazioni sanitarie accurate e aggiornate, e l’utilizzo di determinate misure di protezione sono associate a un minore impatto psicologico e a livelli più bassi di ansia, depressione e stress.

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