Quale trattamento per la depressione?

Quale trattamento per la depressione?

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel decennio che va dal 2005 al 2015 vi è stato un aumento dei casi di depressione pari al 18,4%, che ha portato a prevedere che per il 2020, la depressione, sarà la seconda causa di malattia, dopo quelle cardiovascolari, in tutto il mondo.

In Italia, la situazione rispecchia quella del resto del mondo: la depressione è risultata essere il disturbo mentale con la maggiore incidenza, nell’arco di vita, sul campione studiato. Secondo la Società Italiana di Psichiatria (SIP) la depressione colpisce il 12,5% della popolazione, che corrisponde a 7,5 milioni di persone. Questo vuol dire che circa 1,5 milioni di italiani soffrono di depressione e che circa 6 milioni hanno sofferto almeno una volta, nel corso della loro vita, di un episodio depressivo. Di questi,  il 60% chiede aiuto, di solito rivolgendosi a  medici, e ancor meno, solo il 29%, segue un trattamento nello stesso anno in cui insorge (Wang et al., 2007). Un altro dato allarmante riguarda il tempo che trascorre tra la comparsa dei primi sintomi e la decisione di rivolgersi a un medico (23 mesi) e quello che passa prima di ricevere una diagnosi (25,5 mesi).

Le persone maggiormente colpite sono quelle più anziane, meno istruite, che vivono da sole, che sono in difficoltà economiche, che soffrono di malattie croniche e che non hanno un lavoro regolare. Per quanto riguarda il sesso, le donne sono colpite con una prevalenza del 14,9% rispetto al 7,2% dei maschi.

L’importanza di una diagnosi tempestiva e dell’accesso al trattamento risulta ancora più evidente se si considerano le gravi ripercussioni sociali ed individuali che implica il disturbo depressivo. Infatti, è stato stimato che la spesa, in termini di ore annue lavorative perse, a causa di tale disturbo, in Italia, è di circa 4 miliardi di Euro l’anno. Invece, per la persona che ne soffre, questa malattia ha importanti conseguenze sulla vita di tutti i giorni. Generalmente, compromette il rapporto con se stessi, l’attività lavorativa o scolastica, le relazioni sociali e affettive portando al ritiro sociale e, nei casi più gravi, al suicidio.

Allo stato attuale, il trattamento first-line per la depressione è quello farmacologico: secondo l’ultimo rapporto OsMed (Osservatorio nazionale sull’impiego dei Medicinali) dell’AIFA, in Italia quasi 2,6 milioni di persone assumono farmaci antidepressivi. Sempre secondo l’AIFA, inoltre, va sottolineato che nonostante questi dati siano comunque largamente significativi, la gestione del disturbo è ancora subottimale e non raggiunge i necessari obiettivi terapeutici: la remissione dei sintomi e la prevenzione delle ricadute o recidive. È importante quindi che il clinico abbia a disposizione un armamentario terapeutico il più completo possibile, così da poter scegliere lo strumento più adatto sulla base delle specifiche esigenze del paziente

A questo proposito, anche se con intento diverso, ossia quello di capire il ruolo dell’effetto placebo, Kirsch e coll. (2002, 2014) hanno condotto un’analisi sui dati degli esperimenti clinici sugli antidepressivi eseguiti negli Stati Uniti. Gli autori hanno concluso che gli antidepressivi di nuova generazione, gli Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI, ad es. il Prozac che è stato il primo SSRI a essere stato prodotto e uno dei farmaci più venduti nella storia della medicina) sono poco efficaci avendo un effetto di poco superiore al placebo. Nello specifico, Kirsch ha evidenziato che:

  • il miglioramento dei pazienti dovuto al placebo era pari all’82%, e che quindi solo il restante 18% della risposta positiva era dovuto all’SSRI
  • l’efficacia degli SSRI non aumenta proporzionalmente all’aumento della dose somministrata
  • la stabilità della risposta al farmaco non è maggiore di quella al placebo, infatti, all’uso del farmaco seguono maggiori ricadute

Nel considerare quale trattamento adottare, vanno inoltre tenuti in debito conto gli effetti collaterali dei farmaci antidepressivi. Infatti, l’assunzione degli SSRI può portare a disfunzioni sessuali, aumento di peso nel lungo periodo, insonnia, nausea, diarrea, aumento dell’ideazione suicidaria tra i bambini e i giovani adulti e incremento del rischio di ictus o morte (Andrews, Thomson, Amstadter, & Neale, 2012; Domar, Moragianni, Ryley, & Urato, 2013; Serretti & Chiesa, 2009; in Migone, 2009); nelle donne incinta aumenta il rischio di aborto spontaneo e, se questo non avvenisse, sono maggiori le possibilità che, i loro bambini, nascono affetti da autismo, con malformazioni alla nascita, con persistente ipertensione polmonare e sindrome comportamentale neonatale (Kirsch, 2014); infine, bisogna tenere in considerazione l’ipotesi che i farmaci antidepressivi e ansiolitici possano indurre una sorta di dipendenza e predisporre a un aumento di recidive e alla cronicità (Migone, 2009).

Questi dati impongono un’attenta riflessione sul tipo di trattamento da adottare in questi casi, a maggior ragione se si considera che solo in Italia ben 28000 giovani sotto i 18 anni assumono antidepressivi (Istituto Mario Negri in Migone, 2009).

Fortunatamente, esistono diversi trattamenti per la depressione oltre ai farmaci, come la psicoterapia, il trattamento combinato (antidepressivi e psicoterapia) e trattamenti alternativi (biblioterapia, attività fisica, ecc.). Secondo le analisi di Kirsch (2014) non vi sono differenze significative in termini di miglioramento tra i diversi trattamenti, perciò conclude che “quando i diversi trattamenti sono ugualmente efficaci, la scelta dovrebbe essere basata sui rischi e la nocività, e di tutti questi trattamenti, gli antidepressivi sono i più rischiosi e pericolosi. Essi dovrebbero essere lasciati come ultima risorsa, quando la depressione è estremamente severa e tutti gli altri trattamenti sono stati provati e hanno fallito”.

Conclusione

In conclusione, considerando i risultati ottenuti da Kirsch e da altre ricerche meta-analitiche (Wexler e Nelson, 1993; Migone, 2006, Lambert, 2004), che hanno dimostrato che nella cura della depressione la psicoterapia è superiore ai farmaci e  al fine di evitare i rischi implicati nell’uso degli antidepressivi, quest’ultimi, non dovrebbero essere usati come trattamento first-line nella cura della depressione.

La regolazione emotiva nell’anoressia nervosa e nella bulimia nervosa

La regolazione emotiva nell’anoressia nervosa e nella bulimia nervosa

Nel trattamento dei disturbi alimentari esistono diversi modelli teorici e interventi che enfatizzano e indirizzano il loro focus sul ruolo della regolazione emotiva in questo tipo di disturbi.

In letteratura, diversi autori, hanno rilevato come individui affetti da Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa mostrino dei deficit nella regolazione degli stati emotivi (Svaldi e coll., 2010). Secondo Haynos e coll. (2014), i deficit nella regolazione delle emozioni potrebbero essere un tratto stabile di tali individui e, anche, potenzialmente un fattore di rischio/predisposizione. Nello specifico, gli individui con AN, mostrano deficit:

  • nell’avvertire l’efficacia delle loro strategie di regolazione emotiva e adattiva (Svaldi et al., 2012); 
  • nella capacità di descrivere e identificare i propri (alessitimia) e altrui, soprattutto per le emozioni complesse (Oldershaw, 2011), stati emotivi;
  • nella consapevolezza, comprensione e distinzione degli stati emotivi (Brockmeyer, 2014);

In situazioni di stress presentano difficoltà nell’inibire il comportamento impulsivo e a mantenerlo orientato allo scopo. Sono particolarmente sensibili alle punizioni e hanno la tendenza a evitare le situazioni a forte coinvolgimento emotivo. Un altro fattore chiave riguarda la loro labilità affettiva e il ruolo giocato dagli affetti negativi: un loro aumento sembra predire la probabilità di diete restrittive oltre che precedere, di solito, una varietà di disturbi alimentari.

L’espressività emotiva, sembra essere caratterizzata da soppressione e riduzione (Danner e coll., 2014).

Anche gli individui con BN mostrano una generale difficoltà nella regolazione emotiva. Non vi sono significative differenze tra loro e i soggetti con AN per quanto riguarda il controllo del comportamento in situazioni di forte stress. I deficit riguardano la capacità di descrivere e identificare  gli stati emotivi, la consapevolezza emotiva e la non accettazione delle emozioni. Anche loro, come per chi soffre di AN, è elevata la sensibilità alla punizione ed è presente un forte evitamento di quelle situazioni a forte contenuto emotivo negativo.

emotivitàJ.M. Lavender e coll. (2015), basandosi sul modello multidimensionale di Gratz e Roemer (2004), hanno condotto una revisione della letteratura riguardante il ruolo della regolazione emotiva nei disturbi alimentari,. Tale modello si compone di 4 dimensioni: 1) la prima riguarda la capacità di utilizzare strategie di regolazione emotiva flessibili, adattive e adeguate nelle diverse situazioni ed efficaci nel modulare la durata e l’intensità delle emozioni esperite; 2) la seconda concerne l’abilità di inibire gli impulsi e di rimanere orientato all’obiettivo durante una condizione di forte stress o sofferenza; 3) la terza si riferisce al livello di consapevolezza, chiarezza e accettazione dell’emozione provata e, infine, 4) la quarta attiene alla disposizione ad accettare e tollerare lo stress emotivo durante un’attività significativa.

Dall’analisi degli autori, in riferimento al modello di Gratz e Roemer, emerge che, sia per l’AN che per la BN, gli individui mostrano una generale difficoltà nella regolazione degli stati affettivi, un limitato repertorio delle capacità di regolazione emotiva e la tendenza a utilizzare un maggior numero di abilità mal adattive. Un altro aspetto caratteristico riguarda la ridotta capacità di tollerare le emozioni negative: durante i periodi di forte sofferenza aumentano le difficoltà nel controllo del comportamento alimentare.

È emersa inoltre la presenza di una ridotta consapevolezza emotiva e una maggiore difficoltà nell’accettare e/o sopprimere le emozioni: gli individui con AN mostrano deficit nell’abilità di riconoscimento delle emozioni altrui, in particolare rispetto a quelle complesse, e deficit nelle capacità di descrivere e identificare gli stati emotivi. Invece, gli individui con BN differiscono da quelli con AN, sostanzialmente nell’elevato ricorso alla soppressione e non accettazione delle emozioni. infine, si riscontra come sia per l’AN che per la BN vi sia un’elevata sensibilità alla punizione e all’evitamento, mentre differiscono per la sensibilità alla ricompensa e alla ricerca di novità, che sono presenti maggiormente negli individui con BN.

Questi risultati, anche se necessitano ancora di ulteriori conferme, permettono di affermare ragionevolmente che sarebbe utile indirizzare il trattamento:

  • sulle abilità di regolazione emotiva;
  • sul miglioramento delle strategie per affrontare gli affetti negativi, ricordiamo che quest’ultimi sembrano essere fortemente implicati come antecedenti nei disturbi alimentari, di autoregolazione e di controllo del comportamento in generale;
  • sull’acquisizione di tecniche che incoraggiano o incrementano la consapevolezza e l’accettazione delle esperienze emotive;
  • sull’aumento delle abilità della regolazione emotiva che sono particolarmente rilevanti nelle relazioni sociali e nelle situazioni in cui si vuole anticipare le possibili cause scatenanti le emozioni negative;
  • sulla riduzione dei comportamenti di evitamento.

In conclusione, sia l’AN che la BN sono caratterizzate da un deficit nella regolazione emotiva. Per entrambi i disturbi sono interessate alcune dimensioni quali la non accettazione delle emozioni, l’elevata sensibilità alla punizione, l’evitamento della sofferenza e differenze in altre come i deficit nel riconoscimento delle emozioni negli altri e la sensibilità alla ricompensa. Inoltre, risulta che un maggior livello di disregolazione emotiva sia associato a una maggiore severità dei disturbi.


Per quanti fossero interessati ad approfondire le tematiche relative all’anoressia nervosa con il dott. Alvaro Fornasari psicologo è possibile chiamare il numero di Telefono  392 6778413 oppure inviare una mail all’indirizzo info@psicologovigevano.com per prenotare un primo colloquio. È possibile inoltre  consultare la pagina dei contatti per avere ulteriori informazioni.


Anoressia nervosa

Anoressia nervosa

L’Anoressia Nervosa fa parte dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DSM-5), al cui interno rientrano quei disturbi caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione oppure da comportamenti inerenti l’alimentazione che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo e che compromettono significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale.

Sempre secondo il DSM-5 sarebbero tre le caratteristiche principali che contraddistinguerebbero l’anoressia nervosa: una persistente restrizione nell’assunzione di calorie; intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso; presenza di una significativa alterazione della percezione di sé relativa al peso e alla forma del corpo.

L’intensa paura di aumentare di peso e la distorta percezione dell’immagine corporea, che caratterizzano questo disturbo, motivano a seguire diete molto restrittive e a mettere in atto comportamenti finalizzati alla perdita di peso, come un’eccessiva attività fisica, o condotte di eliminazione (vomito autoindotto) che mettono in serio pericolo la salute fisica e la vita dell’individuo. Questa patologia è associata al più alto tasso di mortalità fra tutti i disturbi mentali (S. Zipfel, K. E Giel e coll., 2015).

Gli individui affetti da anoressia nervosa possono lamentare, in fase acuta, affaticamento, vertigini e transitoria perdita di coscienza associata ad alterazioni circolatorie e respiratorie.

Alle morbilità fisiche si associano anche quelle psicosociali. Possono infatti risultare disturbate le funzioni cognitive, il vissuto emotivo e le relazioni sociali. All’incirca il 75% delle persone affette da anoressia nervosa riporta disturbi dell’umore, nella maggior parte dei casi di ordine depressivo: umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, insonnia e diminuito interesse sessuale. Spesso sono presenti manifestazioni ossessivo-compulsive correlate o meno al cibo (collezioni di ricette o ammasso di cibarie); possono fare abuso di alcol, essere soggetti a dipendenze o presentare una storia di disturbi d’ansia che ha preceduto l’insorgere del disturbo.

Altre caratteristiche associate all’anoressia nervosa comprendono preoccupazione nel mangiare in pubblico, sentimenti di inadeguatezza, un forte desiderio di tenere sottocontrollo l’ambiente circostante, rigidità mentale, impulsività, ridotta spontaneità sociale ed espressività emotiva eccessivamente repressa.

I fattori di rischio per l’insorgenza e il mantenimento dell’anoressia riguardano i fattori genetici, psicosociali e personali. Individui di ogni età, sesso, orientamento sessuale, razza ed etnia possono esserne affetti. Tuttavia, adolescenti e giovani adulti di sesso femminile sono i soggetti più a rischio. L’età d’insorgenza risulta essere un fattore chiave nel determinare la gravità e la cronicità del decorso del disturbo. L’anoressia comunemente inizia durante l’adolescenza o nella prima età adulta e più raramente prima della pubertà o nell’età adulta. Nel primo caso, se sottoposta a trattamento, la persona ha maggiori possibilità di guarigione.

Altri fattori di rischio riguardano: difficoltà nei processi neurocognitivi e socio-emozionali fin dalla giovane età; difficoltà nel riconoscimento, nell’espressività e nella regolazione delle emozioni; disturbi dell’attenzione; esperienze traumatiche o stressanti nelle fasi di passaggio dello sviluppo; il genere femminile: la prevalenza, nella popolazione clinica, riflette approssitivamente un rapporto femmina:maschio di 10:1 (DSM-5).

Kaye e coll. suggeriscono inoltre che alcuni tratti temperamentali e di personalità dell’infanzia, come ansia, ossessioni, depressione e perfezionismo possano riflettere fattori di rischio per lo sviluppo dell’anoressia.

L’importanza dell’accesso al trattamento è dimostrata dagli studi che, da una parte, hanno riportato come il 50% delle persone con anoressia nervosa non vi abbia accesso e, dall’altra, che il 40% di quelle che vi si sottopongono mostra un recupero completo. Da una metanalisi di Steinhausen e coll. è emerso che, all’incirca, nel 60% dei casi gli individui con anoressia mostrano una normalizzazione del peso e del ciclo mestruale, e il 46% del comportamento alimentare. Un accesso precoce al trattamento permette un decorso migliore. Secondo alcuni studi esiste infatti una finestra di tempo, i primi tre anni, dopo i quali la guarigione risulta più difficile da raggiungere comportando gravi rischi per la salute psicofisica della persona.

L’inizio del trattamento prevede un’intervista dettagliata, un esame fisico, la valutazione della gravità e della natura dei sintomi, delle patologie fisiche e psicologiche associate, della motivazione al trattamento e dei supporti attivabili.

Il trattamento basato sulla combinazione tra intervento medico e psicoterapeutico risulta essere più efficace rispetto a quelli farmacologici o nutrizionali.

L’anoressia nervosa impoverisce la qualità della vita delle persone e pone un gravoso peso in termini di salute, di stress, emotivi ed economici sull’individuo, sulla famiglia e sulla società. L’intervento precoce e che utilizza un approccio multiprofessionale (ad es. medico, psicoterapeutico, familiare, educativo) è quello che al momento sembra offrire i migliori risultati. Infatti, anche gli interventi basati sulla prevenzione, da una parte migliorano le conoscenze sui disturbi alimentari, ma dall’altra ottengono piccoli effetti sulla riduzione dei fattori di rischio, del cambiamento di abitudini e sulla riduzione delle patologie alimentari. Tuttavia, vi è un esteso accordo che rimangono diverse sfide nella cura dell’anoressia e nuovi tipi d’intervento sono necessari per migliorare i risultati, soprattutto negli adulti (S. Zipfel, K. E Giel e coll., 2015).


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Identità personale e psicopatologia

Identità personale e psicopatologia

“La maggior parte della psicopatologia è collegata a qualche alterazione dell’identità personale” (Liccione, 2011).

Quante volte capita di chiederci “Chi sono?”, “Ma sono proprio io che ho fatto quella cosa?”; oppure di non riconoscerci più “… una volta questa cosa l’avrei fatta ad occhi chiusi, ma adesso non riesco e mi crea tanti problemi”.

In determinati momenti e situazioni, la realtà, con i suoi imprevisti e le sue perturbazioni, ci pone di fronte a dei cambiamenti, a delle scelte che configgono con quello che noi pensiamo o pensavamo di essere. Così prendiamo decisioni che prima non avremmo preso, o assumiamo comportamenti ed atteggiamenti che mai avremmo pensato di poter prendere. Di conseguenza, possono irrompere nel nostro vissuto quelle sensazioni di estraneità, di non riconoscimento di noi stessi: quello che ero non è più quello che sono. Avviene una spaccatura a livello identitario: le caratteristiche personali in cui mi riconoscevo e per cui ero riconosciuto non mi appartengono più. Ciò che mi dava sicurezza e su cui basavo la mia stabilità personale non assolve più a questo ruolo.

Si crea una frattura che ci destabilizza, proviamo nuove sensazioni e non ci riconosciamo più come noi stessi.

Il fatto che ciò che eravamo o ciò che siamo diventati non lo sentiamo più come appartenente a noi stessi è la crepa su cui si possono innestare e da cui possono prendere origine alcuni dei più comuni disturbi psicologici (ansia, fobie, ecc.) al fine di mantenere e recuperare la sicurezza e il senso di stabilità personale perduto.

È questo quello che ad esempio può succedere ad un manager che perde il lavoro e non si può più permettere lo stile di vita a cui era abituato, oppure quando un giorno d’improvviso ciò che fino a quel momento era fonte di piacere e soddisfazione, un rapporto amoroso o il lavoro, non lo è più.

Il senso di estraneità ci pervade, sono estranee le sensazioni che proviamo, le esperienze che viviamo e le emozioni che proviamo. I problemi nascono dalla difficoltà di riconfigurare il nuovo in termini identitari.

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Una relazione pericolosa

Una relazione pericolosa

È ormai risaputo quanto siano importanti per lo sviluppo e il benessere dell’individuo le relazioni con gli altri, a partire da quelle primarie, con le figure di accudimento, fino a quelle in età adulta con il/la partner. È all’interno dei rapporti con gli altri che costruiamo la nostra identità personale e le nostre sicurezze. La loro importanza è talmente rilevante che potrebbero essere considerati il presupposto dell’esistenza umana. Ma, così come possono essere fonte di benessere,  le relazioni affettive sono anche in grado, e questo è il rovescio della medaglia, di essere causa di disagio e focolare di disturbi psichiatrici.

Molto spesso ci troviamo invischiati in relazioni affettive nocive da cui non riusciamo ad uscire, con partner che ci manipolano, in cui il bisogno di amore, accettazione e riconoscimento offusca la nostra capacità di giudizio. Le conseguenze di questo tipo di relazioni possono essere molto gravi e inficiare seriamente la salute psicofisica delle vittime. Tra queste vi sono depressioni, esaurimenti nervosi, dipendenze, disturbi psicosomatici, slatentizzazione di disturbi psichiatrici, tumori e nei casi più gravi possono portare al suicidio (Mammoliti, 2015).

È questo il caso egregiamente descritto In un’”Intervista a un narcisista perverso”, interessante trascrizione dell’indagine che Cinzia Mammoliti, una dei massimi esperti nazionali in materia di manipolazione relazionale e violenza psicologica, ha condotto su uno di quelli che chiama vampiri energetici. L’autrice prova a trovare risposte a domande quali: come può un uomo far credere agli altri di amare follemente una donna e poi fare di tutto per disintegrarla approfonditamente e psicologicamente; come può compiacersi e godere del dolore che provano le sventurate che si innamorano di lui; come può razionalmente e meticolosamente programmare la distruzione di un altro essere umano senza provare alcun senso di colpa, nessuna compassione e nessun rimorso. Tutto ciò analizzando alcune delle caratteristiche che contraddistinguono gli individui con un tale disturbo di personalità all’interno della relazione di coppia.

Dall’esame della scrittrice emerge che sono individui crudeli, privi di rimorsi, rimpianti o sensi di colpa che possano portarli a pentirsi e a far si che non reiterino i loro condotta criminosa. Il comportamento si caratterizza per essere evitante, arrogante, presuntuoso, manipolatorio e seduttivo. Tendono ad affermarsi prepotentemente e aggressivamente, attaccando e svalutando la persona con cui si relazionano, con l’obiettivo finale di annientare la loro vittima. Basano i rapporti su dinamiche di carattere utilitaristico al fine di soddisfare il loro bisogno di riconoscimento e ammirazione.

Altra caratteristica preponderante che caratterizza tali relazioni è la misoginia, l’odio verso le donne. Attraverso l’oggettivazione della figura femminile diventa più facile per loro abusarne e approfittarne e a ciò si lega l’incapacità di essere empatici.

La relazione con questi soggetti è caratterizzata, da una parte, da quella che l’autrice definisce luna di miele, ovvero periodi, che si alternano a quelli violenti, in cui il partner si prodiga in scuse, pentimenti e promesse che inganno la vittima e fan si che rimanga coinvolta nel rapporto, e, dall’altra, dall’isolamento, così che nessuno possa rendere cosciente la vittima di quello che sta succedendo.

Violenza psicologica e Controllo

La violenza psicologica si manifesta attraverso il controllo, la gelosia, l’aggressività, l’umiliazione, il tradimento della fiducia, la menzogna, lo svilimento, la denigrazione, la disistima, il ricatto, la minaccia e tutto ciò che fa leva sul senso di colpa e sulla paura.

Questo testo descrive un fenomeno molto delicato e diffuso. Secondo i dati ISTAT (2015) sono infatti 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, e sono proprio i partner attuali o ex coloro che commettono le violenze più gravi: il 62,7% degli stupri è commesso da quest’ultimi.

La sensibilizzazione su questo tema è di particolare importanza in un’ottica d prevenzione e di lotta al fenomeno, in quanto la consapevolezza da parte delle vittime è un primo passo verso l’acquisizione della capacità di prevenire o uscire dalle relazioni violente. Infatti, le strategie utilizzate da un narcisista perverso sono subdole e di difficile individuazione anche da parte delle stesse vittime al punto che potrebbero rendersi conto delle conseguenze solo dopo anni di maltrattamenti o quando ormai è troppo tardi. 

Una volta presa coscienza del problema, il passo successivo è quello di parlarne con qualcuno e di chiedere aiuto a servizi (centri antiviolenza, sportelli) e personale specializzato.

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Per chi fosse interessato ad approfondire le tematiche relative alle tematiche delle relazioni pericolose con il dott. Alvaro Fornasari, psicologo a Vigevano è possibile chiamare il numero di telefono 392 6778413 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologovigevano.com per prenotare un primo colloquio psicologico. E’ possibile consultare la pagina dei contatti per avere ulteriori informazioni in merito al sostegno psicologico per le problematiche legate all’ansia.

Paura, ansia e attacco di panico

Paura, ansia e attacco di panico

Perché ci sono persone che, più facilmente di altre, sviluppano dei disturbi legati ad un’ansia eccessiva?
Come ormai è risaputo, parecchi miei colleghi hanno scritto più volte e approfonditamente, la paura e l’ansia non sono necessariamente emozioni negative. La prima ci consente di tenerci alla larga dai pericoli, mentre la seconda, a un livello ottimale, ci permette di mobilitare le nostre risorse al fine di affrontare compiti importanti in maniera performante.
Dunque, quando e perché queste emozioni, in particolari situazioni, diventano negative e invasive al punto da diventare invalidanti?
Secondo un’ottica cognitivista, l’attacco di panico o l’ansia eccessiva sarebbero dovuti ad un’errata interpretazione delle sensazioni corporee. Ossia, paura e attacchi di panico sarebbero la conseguenza di una serie di pensieri catastrofici che l’individuo userebbe per spiegarsi le differenti sensazioni corporee provate durante le diverse situazioni.
Infatti, una delle caratteristiche principali di tali disturbi riguarda il peso che l’esperienza viscerale assume all’interno della loro manifestazione. Le principali sono: accelerazione del battito cardiaco, forte sudorazione, debolezza, senso di svenimento, vertigini, vampate di calore o brividi di freddo, nausea, mal di stomaco, sensazione di soffocamento, ecc.
In questa prospettiva, l’individuo anticiperebbe le conseguenze negative dei possibili scenari futuri in termini di incapacità di affrontare la situazione e di perdita di controllo.
Questa spiegazione, se da una parte da conto di quei pensieri ricorrenti di preoccupazione, dall’altro, non permette però di rendere comprensibili i motivi che porterebbero l’individuo a spiegarsi, ad esempio, l’aumento del battito cardiaco in termini di un infarto, o la sensazione di soffocamento in termini di morte imminente.
Una spiegazione potrebbe essere che le persone che sono più propense a sviluppare un disturbo d’ansia, sono individui che tendono a mantenere un senso di stabilità personale perlopiù attraverso la costante focalizzazione sul corpo e sulla visceralità… qualsiasi oscillazione significativa dei livelli di attivazione viscerale […] è potenzialmente in grado di innescare degli stati d’ansia, paura o angoscia (Liccione, 2011).

In questa direzione vanno quegli studi che, oltre a indicare come ci sia una relazione fra la sensibilità a segnali viscerali e l’intensità dell’esperienza emotiva, sottolineano come questa caratteristica sia alla base della differente percezione di stati emozionali da parte di alcuni soggetti rispetto ad altri (Damasio, 2000 – 2006; in Arciero e Bondolfi, 2009).
In altre parole, per questi individui, emozione e percezione fisiologica del corpo sarebbero indistinguibili, equivalenti, come se l’emozione fosse sganciata dalla situazione che l’ha provocata. Sarebbe questa caratteristica a far si che, per mantenere il livello di attivazione sotto la soglia gestibile e il senso di stabilità, si prevedano quelle condizioni che potrebbero alterarla così da anticiparle, controllarle o evitarle.
Dunque, all’origine dei disturbi legati all’ansia non vi sarebbe una forma particolare di pensiero, ma una modalità di emozionarsi legata alle sensazioni corporee che se percepite come eccessive o estranee sarebbero esse stesse fonte di possibile pericolo che si trasformerebbe in uno stato acuto di ansia o di panico.

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