Tristezza o Depressione

Tristezza o Depressione

In un mio precedente articolo, “Quale trattamento per la depressione” (http://www.psicologovigevano.com/quale-trattamento-depressione/), avevo sottolineato come nell’ultimo decennio vi fosse stata una allarmante crescita del numero di persone trattate per depressione, soprattutto adolescenti e anziani, e di come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) abbia previsto un ulteriore aumento di tali casi per il prossimo futuro.

Ovviamente, il proliferare di tale diagnosi ha avuto importanti ripercussioni sia sui singoli individui, sia  a livello sociale: pensiamo ad esempio all’aumento dell’utilizzo dei farmaci antidepressivi (SSRI), all’incremento della spesa della sanità pubblica, o ancora, al modo in cui lo stigma di tale diagnosi possa influire sulla partecipazione alla vita sociale del singolo individuo, ecc. 

In “La perdita della tristezza. Come la psichiatria ha trasformato la tristezza in depressione”, Horwitz e Wakefield (2007) si chiedono se sia quella attuale l’epoca della depressione e del perché di un tale proliferare di diagnosi del disturbo depressivo. Secondo gli autori, che nel loro libro analizzano come si sia sviluppato il concetto di depressione all’interno della psichiatria, più che i fattori di ordine sociale, il motivo principale che ha portato ad un aumento di tale fenomeno risiede nel fatto che la mutata definizione psichiatrica di disturbo depressivo, così come è oggi secondo le linee guida del DSM 5, permette di classificare come malattia anche quei casi di tristezza, intesa come normale risposta dell’essere umano agli eventi negativi e di perdita legati alla propria esistenza, anche quando quest’ultima non lo è. Questa epidemia, dovuta ad un’inflazione della diagnosi, ha importanti ripercussioni a livello sociale, individuale e clinico.

Il modo in cui la sofferenza viene compresa influisce in maniera determinante sul trattamento: il rischio è di trattare gli individui normalmente tristi come se fossero malati di depressione. Quella che prima era considerata una normale reazione alla perdita e al fallimento di speranze e aspirazioni ora è considerata una malattia psichiatrica.

I sintomi tipici degli stati depressivi, quali difficoltà legate al sonno, mutamenti nell’appetito e nel peso corporeo, la perdita d’interesse, l’affaticamento, l’agitazione o il rallentamento psicomotorio, la difficoltà a concentrarsi, ecc., possono verificarsi anche come reazioni che fanno parte della normalità della natura umana in risposta ad un’ampia gamma di eventi negativi che fanno parte dell’esperienza dell’essere umano generalmente legata alla perdita (ad es., infedeltà del partner, lutto, scoperta di una malattia grave, il non raggiungimento di obiettivi, ecc.). I sintomi non sono qualitativamente diversi, così come le conseguenze che possono manifestarsi in distorte percezioni cognitive del sé, del mondo e del futuro.

Qual è allora il confine tra disturbo depressivo e tristezza? Quando si può parlare dell’uno o dell’altra? Secondo gli autori, la tristezza si rapporta a un contesto specifico, è di intensità sproporzionata rispetto alla perdita e tende ad affievolirsi o quando la situazione di perdita termina o quando l’individuo si adatta alle nuove circostanze, recuperando l’equilibrio psicosociale. Mentre, nella depressione, i sintomi non sono necessariamente legati ad un appropriato contesto (ad es., possono comparire anche in assenza di una perdita o addirittura in seguito ad un evento positivo), sono di intensità sproporzionata rispetto alle circostanze, persistono indipendentemente dal contesto come se assumessero una vita a sé stante e sono immuni ai cambiamenti delle situazioni esterne: il quadro di profonda, immensa e paralizzante sofferenza che si viene a creare è sganciato dalle circostanze della vita concreta.

Riuscire ad effettuare una corretta diagnosi differenziale tra tristezza e depressione porta indubbiamente a dei vantaggi che riguardano l’individuo, la clinica e i servizi preposti alla cura di tale disturbo. Infatti, permette di evitare i danni, individuali e sociali, che la patologizzazione di condizioni normali può causare, o per lo meno ridurne gli effetti, migliora la determinazione della prognosi  e consente di individuare la cura e gli interventi sociali più appropriati.

In conclusione, l’aver adottato nella clinica dei disturbi depressivi i criteri diagnostici del DSM avrebbe portato ad una proliferare di diagnosi di depressione. Il risultato è un eccesso di falsi positivi, in cui sarebbero state considerate come patologiche anche quelle situazioni che invece sarebbero da considerare come normali risposte dell’individuo a fattori individuali o sociali negativi e che dovrebbero ricadere sotto l’etichetta di tristezza. Per evitare di commettere questo errore, Horwitz e Wakefield, individuano tre caratteristiche che il clinico nella valutazione dei sintomi dovrebbe tenere in considerazione: la loro appropriatezza rispetto al contesto d’insorgenza,  l’adeguatezza del livello d’intensità e il decorso in relazione ai cambiamenti delle situazioni esterne. In quest’ottica, la tristezza sarebbe da considerare come l’effetto delle difficoltà dell’individuo e la depressione come la causa.

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Può l’igiene personale influenzare il nostro stato psicologico?

Può l’igiene personale influenzare il nostro stato psicologico?

La pulizia corporea è fondamentale per mantenere il nostro corpo in uno stato di benessere, per prevenire alcune malattie infettive e per tutelare le condizioni di vita anche degli altri individui. Il lavaggio delle mani o di alcune parti del corpo è spesso usato come rituale nelle funzioni religiose, per purificare, per lavare via i peccati o eliminare le energie negative. Lo scopo è sempre lo stesso, quello di eliminare le impurità al fine di migliorare il benessere fisico, da una parte, e spirituale, dall’altra.

Questo è un tema che ritroviamo anche in un famoso dramma di Shakespeare, il Macbeth, in cui si narra come Lady Macbeth venisse pervasa dall’irrefrenabile desiderio di lavarsi le mani dopo aver incitato il marito ad uccidere il re di Scozia, come se questo gesto potesse ripulirla dal senso di colpa per l’aver commesso un’azione immorale. Alcuni autori hanno definito tale fenomeno “effetto Macbeth”: consisterebbe nell’aumento del desiderio di pulizia in seguito al compimento di un atto immorale (Zhong e Liljenquist, 2006).

Prendendo spunto dal dramma di Shakespeare diversi studi in ambito psicologico si sono concentrati sul rapporto tra purezza fisica e morale, e sul ruolo che la pulizia potrebbe avere sul funzionamento e benessere psicologico.

I primi studi, che si sono concentrati sull’effetto Macbeth, hanno rilevato che è accompagnato dall’attivazione di un network corticale che comprenderebbe le aree senso-motorie del cervello e sarebbe modalità specifico rispetto alla modalità motoria che è primariamente coinvolta nella trasgressione morale (ad es., dire una bugia porterebbe a un maggior desiderio di lavarsi la bocca, scriverla a quello di lavarsi le mani, ecc.).

Il forte rapporto concettuale e neuroanatomico tra purezza morale e fisica ha dato vita  a una serie di ricerche in tale ambito: Zhong (2010) ha scoperto che il sentirsi moralmente più “puliti” ci farebbe tendere a fornire giudizi morali più severi; Zhong e Liljenquist (2006) trovarono che l’impurità morale aumenta il desiderio di scegliere prodotti per la pulizia e che il lavarsi le mani ripristina un’appropriata immagine di sé; Reuven (2013) scoprì che tale effetto era maggiore negli individui con disturbo ossessivo-compulsivo.

Quest’ultimo risultato ha importanti implicazioni in campo terapeutico rispetto al trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, perché si lega al tema del disgusto che è centrale nelle ossessioni (Straus, 1948). Infatti, Schnall (2008) ha dimostrato che i sentimenti legati al disgusto aumentano la probabilità di esprimere giudizi morali più severi e rigidi;  Moll (2005) ha trovato che il disgusto e l’indignazione attivano gran parte delle stesse regioni corticali. Questi risultati potrebbero aiutarci a comprendere meglio il significato che assumono determinate ossessioni e, soprattutto, le compulsioni ad esse correlate.

Sintetizzando, sembrerebbe che la pulizia corporea abbia il potere di ripristinare la percezione morale di se stessi che, a sua volta, ridurrebbe o addirittura eliminerebbe cognizioni e comportamenti legati all’atto immorale.

Gli studi non si sono limitati al rapporto tra pulizia e giudizio morale, trovando degli effetti psicologici anche in altre aree: Lee e Schwarz hanno definito effetto “tabula rasa” (clean slate effect) il potere della pulizia di attenuare, in generale, gli effetti degli eventi passati (Xu, 2012) attraverso il ripristino del sistema cognitivo a uno stato più neutrale (Florack, 2014).

Dunque, secondo questi studi la pulizia fisica può, da una parte, portare ad un aumento della propria purezza morale percepita e, di conseguenza, rendere più severi i nostri giudizi morali rispetto alle trasgressioni altrui. D’altro canto, può portare a un generale effetto “tabula rasa” attenuando così l’impressione degli eventi passati e impostando il sistema cognitivo su uno stato più neutro.

Kaspar (2015) riprende questi studi modificando la metodologia (prevedendo un gruppo di controllo) e considerando anche gli effetti della pulizia (in questi studi veniva chiesto ai partecipanti di lavarsi le mani) su questioni morali: gli studi precedenti si erano focalizzati solamente su quelle immorali. L’autore ha scoperto che il lavaggio delle mani (1) indurrebbe l’effetto Macbeth nella forma di un’eliminazione della tendenza a giudizi morali più estremi; (2) influirebbe sulla selezione e/o ponderazione delle informazioni immagazzinate in memoria;  che (3) le persone osservano più attentamente le immagini a valenza negativa rispetto a quelle positive; e che (4) l’effetto tabula rasa sembrerebbe essere più che un mero reset cognitivo, infatti, il lavaggio delle mani influenza il livello fisiologico nei termini di una minore attivazione emotiva delle emozioni negative. Quest’ultimo risultato sarebbe molto importante in quanto indica che gli effetti delle sensazioni corporee non sono limitati ai processi cognitivi, ma influenzano anche gli stati emotivi.

Quest’ambito di studi risulta di notevole importanza sia a fini terapeutici che per scopi applicativi, per almeno due ragioni: da una parte, come abbiamo visto in precedenza, per la comprensione e il trattamento di determinate psicopatologie (ad es., i disturbi ossessivo-compulsivi); dall’altra, per una migliore comprensione delle conseguenze cognitive (ad es., i giudizi morali) ed emotive (ad es., senso di colpa e vergogna) correlate alle sensazioni corporee.

Quale trattamento per la depressione?

Quale trattamento per la depressione?

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel decennio che va dal 2005 al 2015 vi è stato un aumento dei casi di depressione pari al 18,4%, che ha portato a prevedere che per il 2020, la depressione, sarà la seconda causa di malattia, dopo quelle cardiovascolari, in tutto il mondo.

In Italia, la situazione rispecchia quella del resto del mondo: la depressione è risultata essere il disturbo mentale con la maggiore incidenza, nell’arco di vita, sul campione studiato.

Secondo la Società Italiana di Psichiatria (SIP) la depressione colpisce il 12,5% della popolazione, che corrisponde a 7,5 milioni di persone. Questo vuol dire che circa 1,5 milioni di italiani soffrono di depressione e che circa 6 milioni hanno sofferto almeno una volta, nel corso della loro vita, di un episodio depressivo.

Di questi,  il 60% chiede aiuto, di solito rivolgendosi a  medici, e ancor meno, solo il 29%, segue un trattamento nello stesso anno in cui insorge (Wang et al., 2007). Un altro dato allarmante riguarda il tempo che trascorre tra la comparsa dei primi sintomi e la decisione di rivolgersi a un medico (23 mesi) e quello che passa prima di ricevere una diagnosi (25,5 mesi).

Le persone maggiormente colpite sono quelle più anziane, meno istruite, che vivono da sole, che sono in difficoltà economiche, che soffrono di malattie croniche e che non hanno un lavoro regolare. Per quanto riguarda il sesso, le donne sono colpite con una prevalenza del 14,9% rispetto al 7,2% dei maschi.

L’importanza di una diagnosi tempestiva e dell’accesso al trattamento risulta ancora più evidente se si considerano le gravi ripercussioni sociali ed individuali che implica il disturbo depressivo. Infatti, è stato stimato che la spesa, in termini di ore annue lavorative perse, a causa di tale disturbo, in Italia, è di circa 4 miliardi di Euro l’anno. Invece, per la persona che ne soffre, questa malattia ha importanti conseguenze sulla vita di tutti i giorni. Generalmente, compromette il rapporto con se stessi, l’attività lavorativa o scolastica, le relazioni sociali e affettive portando al ritiro sociale e, nei casi più gravi, al suicidio.

Allo stato attuale, il trattamento first-line per la depressione è quello farmacologico: secondo l’ultimo rapporto OsMed (Osservatorio nazionale sull’impiego dei Medicinali) dell’AIFA, in Italia quasi 2,6 milioni di persone assumono farmaci antidepressivi. Sempre secondo l’AIFA, inoltre, va sottolineato che nonostante questi dati siano comunque largamente significativi, la gestione del disturbo è ancora subottimale e non raggiunge i necessari obiettivi terapeutici: la remissione dei sintomi e la prevenzione delle ricadute o recidive. È importante quindi che il clinico abbia a disposizione un armamentario terapeutico il più completo possibile, così da poter scegliere lo strumento più adatto sulla base delle specifiche esigenze del paziente

A questo proposito, anche se con intento diverso, ossia quello di capire il ruolo dell’effetto placebo, Kirsch e coll. (2002, 2014) hanno condotto un’analisi sui dati degli esperimenti clinici sugli antidepressivi eseguiti negli Stati Uniti. Gli autori hanno concluso che gli antidepressivi di nuova generazione, gli Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI, ad es. il Prozac che è stato il primo SSRI a essere stato prodotto e uno dei farmaci più venduti nella storia della medicina) sono poco efficaci avendo un effetto di poco superiore al placebo. Nello specifico, Kirsch ha evidenziato che:

  • il miglioramento dei pazienti dovuto al placebo era pari all’82%, e che quindi solo il restante 18% della risposta positiva era dovuto all’SSRI
  • l’efficacia degli SSRI non aumenta proporzionalmente all’aumento della dose somministrata
  • la stabilità della risposta al farmaco non è maggiore di quella al placebo, infatti, all’uso del farmaco seguono maggiori ricadute

Nel considerare quale trattamento adottare, vanno inoltre tenuti in debito conto gli effetti collaterali dei farmaci antidepressivi. Infatti, l’assunzione degli SSRI può portare a disfunzioni sessuali, aumento di peso nel lungo periodo, insonnia, nausea, diarrea, aumento dell’ideazione suicidaria tra i bambini e i giovani adulti e incremento del rischio di ictus o morte (Andrews, Thomson, Amstadter, & Neale, 2012; Domar, Moragianni, Ryley, & Urato, 2013; Serretti & Chiesa, 2009; in Migone, 2009); nelle donne incinta aumenta il rischio di aborto spontaneo e, se questo non avvenisse, sono maggiori le possibilità che, i loro bambini, nascono affetti da autismo, con malformazioni alla nascita, con persistente ipertensione polmonare e sindrome comportamentale neonatale (Kirsch, 2014); infine, bisogna tenere in considerazione l’ipotesi che i farmaci antidepressivi e ansiolitici possano indurre una sorta di dipendenza e predisporre a un aumento di recidive e alla cronicità (Migone, 2009).

Questi dati impongono un’attenta riflessione sul tipo di trattamento da adottare in questi casi, a maggior ragione se si considera che solo in Italia ben 28000 giovani sotto i 18 anni assumono antidepressivi (Istituto Mario Negri in Migone, 2009).

Fortunatamente, esistono diversi trattamenti per la depressione oltre ai farmaci, come la psicoterapia, il trattamento combinato (antidepressivi e psicoterapia) e trattamenti alternativi (biblioterapia, attività fisica, ecc.). Secondo le analisi di Kirsch (2014) non vi sono differenze significative in termini di miglioramento tra i diversi trattamenti, perciò conclude che “quando i diversi trattamenti sono ugualmente efficaci, la scelta dovrebbe essere basata sui rischi e la nocività, e di tutti questi trattamenti, gli antidepressivi sono i più rischiosi e pericolosi. Essi dovrebbero essere lasciati come ultima risorsa, quando la depressione è estremamente severa e tutti gli altri trattamenti sono stati provati e hanno fallito”.

Conclusione

In conclusione, considerando i risultati ottenuti da Kirsch e da altre ricerche meta-analitiche (Wexler e Nelson, 1993; Migone, 2006, Lambert, 2004), che hanno dimostrato che nella cura della depressione la psicoterapia è superiore ai farmaci e  al fine di evitare i rischi implicati nell’uso degli antidepressivi, quest’ultimi, non dovrebbero essere usati come trattamento first-line nella cura della depressione.


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Articolo di approfondimento psicologico

https://www.centroreginagiovanna.it/crg15/news_detail.php?ID=565

La regolazione emotiva nell’anoressia nervosa e nella bulimia nervosa

La regolazione emotiva nell’anoressia nervosa e nella bulimia nervosa

Nel trattamento dei disturbi alimentari esistono diversi modelli teorici e interventi che enfatizzano e indirizzano il loro focus sul ruolo della regolazione emotiva in questo tipo di disturbi.

In letteratura, diversi autori, hanno rilevato come individui affetti da Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa mostrino dei deficit nella regolazione degli stati emotivi (Svaldi e coll., 2010). Secondo Haynos e coll. (2014), i deficit nella regolazione delle emozioni potrebbero essere un tratto stabile di tali individui e, anche, potenzialmente un fattore di rischio/predisposizione. Nello specifico, gli individui con AN, mostrano deficit:

  • nell’avvertire l’efficacia delle loro strategie di regolazione emotiva e adattiva (Svaldi et al., 2012); 
  • nella capacità di descrivere e identificare i propri (alessitimia) e altrui, soprattutto per le emozioni complesse (Oldershaw, 2011), stati emotivi;
  • nella consapevolezza, comprensione e distinzione degli stati emotivi (Brockmeyer, 2014);

In situazioni di stress presentano difficoltà nell’inibire il comportamento impulsivo e a mantenerlo orientato allo scopo. Sono particolarmente sensibili alle punizioni e hanno la tendenza a evitare le situazioni a forte coinvolgimento emotivo. Un altro fattore chiave riguarda la loro labilità affettiva e il ruolo giocato dagli affetti negativi: un loro aumento sembra predire la probabilità di diete restrittive oltre che precedere, di solito, una varietà di disturbi alimentari.

L’espressività emotiva, sembra essere caratterizzata da soppressione e riduzione (Danner e coll., 2014).

Anche gli individui con BN mostrano una generale difficoltà nella regolazione emotiva. Non vi sono significative differenze tra loro e i soggetti con AN per quanto riguarda il controllo del comportamento in situazioni di forte stress. I deficit riguardano la capacità di descrivere e identificare  gli stati emotivi, la consapevolezza emotiva e la non accettazione delle emozioni. Anche loro, come per chi soffre di AN, è elevata la sensibilità alla punizione ed è presente un forte evitamento di quelle situazioni a forte contenuto emotivo negativo.

emotivitàJ.M. Lavender e coll. (2015), basandosi sul modello multidimensionale di Gratz e Roemer (2004), hanno condotto una revisione della letteratura riguardante il ruolo della regolazione emotiva nei disturbi alimentari,. Tale modello si compone di 4 dimensioni:

  1. la prima riguarda la capacità di utilizzare strategie di regolazione emotiva flessibili, adattive e adeguate nelle diverse situazioni ed efficaci nel modulare la durata e l’intensità delle emozioni esperite; 
  2. la seconda concerne l’abilità di inibire gli impulsi e di rimanere orientato all’obiettivo durante una condizione di forte stress o sofferenza;
  3. la terza si riferisce al livello di consapevolezza, chiarezza e accettazione dell’emozione provata e, infine,
  4. la quarta attiene alla disposizione ad accettare e tollerare lo stress emotivo durante un’attività significativa.

Dall’analisi degli autori, in riferimento al modello di Gratz e Roemer, emerge che, sia per l’AN che per la BN, gli individui mostrano una generale difficoltà nella regolazione degli stati affettivi, un limitato repertorio delle capacità di regolazione emotiva e la tendenza a utilizzare un maggior numero di abilità mal adattive.

Un altro aspetto caratteristico riguarda la ridotta capacità di tollerare le emozioni negative: durante i periodi di forte sofferenza aumentano le difficoltà nel controllo del comportamento alimentare.

È emersa inoltre la presenza di una ridotta consapevolezza emotiva e una maggiore difficoltà nell’accettare e/o sopprimere le emozioni: gli individui con AN mostrano deficit nell’abilità di riconoscimento delle emozioni altrui, in particolare rispetto a quelle complesse, e deficit nelle capacità di descrivere e identificare gli stati emotivi. Invece, gli individui con BN differiscono da quelli con AN, sostanzialmente nell’elevato ricorso alla soppressione e non accettazione delle emozioni. infine, si riscontra come sia per l’AN che per la BN vi sia un’elevata sensibilità alla punizione e all’evitamento, mentre differiscono per la sensibilità alla ricompensa e alla ricerca di novità, che sono presenti maggiormente negli individui con BN.

Questi risultati, anche se necessitano ancora di ulteriori conferme, permettono di affermare ragionevolmente che sarebbe utile indirizzare il trattamento:

  • sulle abilità di regolazione emotiva;
  • sul miglioramento delle strategie per affrontare gli affetti negativi, ricordiamo che quest’ultimi sembrano essere fortemente implicati come antecedenti nei disturbi alimentari, di autoregolazione e di controllo del comportamento in generale;
  • sull’acquisizione di tecniche che incoraggiano o incrementano la consapevolezza e l’accettazione delle esperienze emotive;
  • sull’aumento delle abilità della regolazione emotiva che sono particolarmente rilevanti nelle relazioni sociali e nelle situazioni in cui si vuole anticipare le possibili cause scatenanti le emozioni negative;
  • sulla riduzione dei comportamenti di evitamento.

In conclusione, sia l’AN che la BN sono caratterizzate da un deficit nella regolazione emotiva. Per entrambi i disturbi sono interessate alcune dimensioni quali la non accettazione delle emozioni, l’elevata sensibilità alla punizione, l’evitamento della sofferenza e differenze in altre come i deficit nel riconoscimento delle emozioni negli altri e la sensibilità alla ricompensa. Inoltre, risulta che un maggior livello di disregolazione emotiva sia associato a una maggiore severità dei disturbi.


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Link di approfondimento di colleghi psicologi

http://www.bertoncinipsicologa.it/disturbi-trattati/#tab-id-https://www.centroreginagiovanna.it/crg15/news_detail.php?ID=449

Anoressia nervosa

Anoressia nervosa

L’Anoressia Nervosa fa parte dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DSM-5), al cui interno rientrano quei disturbi caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione oppure da comportamenti inerenti l’alimentazione che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo e che compromettono significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale.

Sempre secondo il DSM-5 sarebbero tre le caratteristiche principali che contraddistinguerebbero l’anoressia nervosa: una persistente restrizione nell’assunzione di calorie; intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso; presenza di una significativa alterazione della percezione di sé relativa al peso e alla forma del corpo.

L’intensa paura di aumentare di peso e la distorta percezione dell’immagine corporea, che caratterizzano questo disturbo, motivano a seguire diete molto restrittive e a mettere in atto comportamenti finalizzati alla perdita di peso, come un’eccessiva attività fisica, o condotte di eliminazione (vomito autoindotto) che mettono in serio pericolo la salute fisica e la vita dell’individuo. Questa patologia è associata al più alto tasso di mortalità fra tutti i disturbi mentali (S. Zipfel, K. E Giel e coll., 2015).

Gli individui affetti da anoressia nervosa possono lamentare, in fase acuta, affaticamento, vertigini e transitoria perdita di coscienza associata ad alterazioni circolatorie e respiratorie.

Alle morbilità fisiche si associano anche quelle psicosociali. Possono infatti risultare disturbate le funzioni cognitive, il vissuto emotivo e le relazioni sociali. All’incirca il 75% delle persone affette da anoressia nervosa riporta disturbi dell’umore, nella maggior parte dei casi di ordine depressivo: umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, insonnia e diminuito interesse sessuale. Spesso sono presenti manifestazioni ossessivo-compulsive correlate o meno al cibo (collezioni di ricette o ammasso di cibarie); possono fare abuso di alcol, essere soggetti a dipendenze o presentare una storia di disturbi d’ansia che ha preceduto l’insorgere del disturbo.

Altre caratteristiche associate all’anoressia nervosa comprendono preoccupazione nel mangiare in pubblico, sentimenti di inadeguatezza, un forte desiderio di tenere sottocontrollo l’ambiente circostante, rigidità mentale, impulsività, ridotta spontaneità sociale ed espressività emotiva eccessivamente repressa.

I fattori di rischio per l’insorgenza e il mantenimento dell’anoressia riguardano i fattori genetici, psicosociali e personali. Individui di ogni età, sesso, orientamento sessuale, razza ed etnia possono esserne affetti. Tuttavia, adolescenti e giovani adulti di sesso femminile sono i soggetti più a rischio. L’età d’insorgenza risulta essere un fattore chiave nel determinare la gravità e la cronicità del decorso del disturbo. L’anoressia comunemente inizia durante l’adolescenza o nella prima età adulta e più raramente prima della pubertà o nell’età adulta. Nel primo caso, se sottoposta a trattamento, la persona ha maggiori possibilità di guarigione.

Altri fattori di rischio riguardano: difficoltà nei processi neurocognitivi e socio-emozionali fin dalla giovane età; difficoltà nel riconoscimento, nell’espressività e nella regolazione delle emozioni; disturbi dell’attenzione; esperienze traumatiche o stressanti nelle fasi di passaggio dello sviluppo; il genere femminile: la prevalenza, nella popolazione clinica, riflette approssitivamente un rapporto femmina:maschio di 10:1 (DSM-5).

Kaye e coll. suggeriscono inoltre che alcuni tratti temperamentali e di personalità dell’infanzia, come ansia, ossessioni, depressione e perfezionismo possano riflettere fattori di rischio per lo sviluppo dell’anoressia.

L’importanza dell’accesso al trattamento è dimostrata dagli studi che, da una parte, hanno riportato come il 50% delle persone con anoressia nervosa non vi abbia accesso e, dall’altra, che il 40% di quelle che vi si sottopongono mostra un recupero completo. Da una metanalisi di Steinhausen e coll. è emerso che, all’incirca, nel 60% dei casi gli individui con anoressia mostrano una normalizzazione del peso e del ciclo mestruale, e il 46% del comportamento alimentare. Un accesso precoce al trattamento permette un decorso migliore. Secondo alcuni studi esiste infatti una finestra di tempo, i primi tre anni, dopo i quali la guarigione risulta più difficile da raggiungere comportando gravi rischi per la salute psicofisica della persona.

L’inizio del trattamento prevede un’intervista dettagliata, un esame fisico, la valutazione della gravità e della natura dei sintomi, delle patologie fisiche e psicologiche associate, della motivazione al trattamento e dei supporti attivabili.

Il trattamento basato sulla combinazione tra intervento medico e psicoterapeutico risulta essere più efficace rispetto a quelli farmacologici o nutrizionali.

L’anoressia nervosa impoverisce la qualità della vita delle persone e pone un gravoso peso in termini di salute, di stress, emotivi ed economici sull’individuo, sulla famiglia e sulla società. L’intervento precoce e che utilizza un approccio multiprofessionale (ad es. medico, psicoterapeutico, familiare, educativo) è quello che al momento sembra offrire i migliori risultati. Infatti, anche gli interventi basati sulla prevenzione, da una parte migliorano le conoscenze sui disturbi alimentari, ma dall’altra ottengono piccoli effetti sulla riduzione dei fattori di rischio, del cambiamento di abitudini e sulla riduzione delle patologie alimentari. Tuttavia, vi è un esteso accordo che rimangono diverse sfide nella cura dell’anoressia e nuovi tipi d’intervento sono necessari per migliorare i risultati, soprattutto negli adulti (S. Zipfel, K. E Giel e coll., 2015).


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Identità personale e psicopatologia

Identità personale e psicopatologia

“La maggior parte della psicopatologia è collegata a qualche alterazione dell’identità personale” (Liccione, 2011).

Quante volte capita di chiederci “Chi sono?”, “Ma sono proprio io che ho fatto quella cosa?”; oppure di non riconoscerci più “… una volta questa cosa l’avrei fatta ad occhi chiusi, ma adesso non riesco e mi crea tanti problemi”.

In determinati momenti e situazioni, la realtà, con i suoi imprevisti e le sue perturbazioni, ci pone di fronte a dei cambiamenti, a delle scelte che configgono con quello che noi pensiamo o pensavamo di essere. Così prendiamo decisioni che prima non avremmo preso, o assumiamo comportamenti ed atteggiamenti che mai avremmo pensato di poter prendere. Di conseguenza, possono irrompere nel nostro vissuto quelle sensazioni di estraneità, di non riconoscimento di noi stessi: quello che ero non è più quello che sono. Avviene una spaccatura a livello identitario: le caratteristiche personali in cui mi riconoscevo e per cui ero riconosciuto non mi appartengono più. Ciò che mi dava sicurezza e su cui basavo la mia stabilità personale non assolve più a questo ruolo.

Si crea una frattura che ci destabilizza, proviamo nuove sensazioni e non ci riconosciamo più come noi stessi.

Il fatto che ciò che eravamo o ciò che siamo diventati non lo sentiamo più come appartenente a noi stessi è la crepa su cui si possono innestare e da cui possono prendere origine alcuni dei più comuni disturbi psicologici (ansia, fobie, ecc.) al fine di mantenere e recuperare la sicurezza e il senso di stabilità personale perduto.

È questo quello che ad esempio può succedere ad un manager che perde il lavoro e non si può più permettere lo stile di vita a cui era abituato, oppure quando un giorno d’improvviso ciò che fino a quel momento era fonte di piacere e soddisfazione, un rapporto amoroso o il lavoro, non lo è più.

Il senso di estraneità ci pervade, sono estranee le sensazioni che proviamo, le esperienze che viviamo e le emozioni che proviamo. I problemi nascono dalla difficoltà di riconfigurare il nuovo in termini identitari.

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